foodies, ma cos’è questa guida?

Ha poco più di un mese questa “guida non-guida” come viene definita da Lidia Mantovano, suo curatore, e raccoglie, per i tipi del Gambero Rosso, oltre mille indirizzi di luoghi “dove il cibo è piacere e passione”. La nota introduttiva ci spiega innanzitutto cos’è un “foodie”, evoluzione del gourmet di classica impostazione, meno rigido, più aperto, meno pedante, più tecnologico. Nel suo procedere tra i piaceri del cibo, del vino, si aiuta con tutti i mezzi della moderna comunicazione, frequenta con assiduità  la  rete ed è decisamente sensibile a chi si adopra per salvaguardare sapori e profumi di un tempo, magari inserendoli in un contesto futuristico/minimale. Non ha preconcetti, spazia, ed è attirato da qualsiasi novità che non sia immagine fine a se stessa:  figura e approccio indubbiamente  interessanti. Si apre la guida, snella, si cerca Lombardia e poi – avevate timori? – Brescia. Ma della nostra città, e della nostra provincia, non c’è traccia alcuna. Poco male, ci sono così tanti incontri possibili che di certo passa pressoché inosservata questa assenza. Senza dubbio sono state giustamente privilegiate città più importanti, o più curiose, ma noi, io, non mi arrendo e senza temere accuse di plagio provo a guardarmi attorno, vedere se oltre al numero davvero importante di viticoltori, produttori di formaggi, salumi, farine, marmellate, olio … che la nostra provincia annovera, riesco a trovare qualche idea, qualche locale un poco fuori dagli schemi, o semplicemente qualcuno che in questi disastrati tempi abbia voglia di mettersi in gioco, di sfidare le convenzioni. Può farlo con il luogo, con un prodotto o con il modo in cui lo stesso viene proposto. Mi sgancio, per questa sezione a cui vorrei dare un nome senza copiare quelli precedentemente citati, dalla ricerca del cibo rigoroso, che affonda le sue radici nelle tradizioni bresciane, restando tuttavia fortemente ancorato al concetto di “buono” e di territorio condiviso. Non lascio queste parole isolate, a provocare e basta. Dopo questi appunti, subito un esempio. Ah, naturalmente attendiamo commenti, e magari suggestioni per una sorta di comune denominatore da aggiungere al titolo di ogni post; chissà magari in un futuro alcuni di questi “luoghi non-luoghi” verranno ripresi, se il tempo e il mercato ne sanciranno il valore, da qualche guida importante. Lo spero per loro (i luoghi intendo), per me l’importante è scriverne.

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Valerio Giacomini, ancora sulla cultura dell’olio

Non è mancanza di fantasia questo perseverare sui buoni produttori di extravergine d’oliva bresciani, vuoi perché, grazie al cielo, ne esistono in buon numero, vuoi perché ad ogni incontro si ripresenta il problema dell’assenza su questo argomento di una cultura sufficientemente diffusa. Lo scorso venerdì ne ho parlato sulle pagine bresciane del Corriere della Sera, dedicando un articolo, giustamente contenuto negli spazi, ai Giacomini di Bogliaco, riprendo qui il tema con altri dettagli.

Innanzitutto la stretta connessione che esiste tra la possibilità di produrre oli del tutto particolari avendo a disposizione un frantoio interno di qualità, non che affidando le proprie olive a un buon frantoio esterno sia  impossibile ottenere un ottimo risultato, piuttosto prove e sperimentazioni, anche su piccole quantità, sono fattibili solo avendo il pieno controllo, e tutto il tempo necessario, dell’intero processo produttivo. Prova ne sono, nel caso specifico, sia l’incredibile valore dei polifenoli totali raggiunti dal Casaliva di Giacomini nello scorso anno – 704 mg/kg – sia le caratteristiche organolettiche percepite all’assaggio del primo olio monicultivar da Gargnà, che mi ha stupito per la grande freschezza, ovviamente non intesa in senso enoico, dei profumi, ben bilanciata da analoghe sensazioni in bocca con toni agrumati in primis. Sempre la presenza di un moderno impianto di estrazione privato, a tramogge verticali chiuse, permette la realizzazione dei condimenti realizzati frangendo le olive della cultivar Casaliva con arance o limoni, con la novità, non ancora degustata, dei cedri. Oltre al piacere ricavato dall’utilizzo di agrumi locali, consiglio vivamente di testare questi “blend” in abbinamento con preparazioni salate e dolci: personalmente sono rimasto affascinato dal connubio del condimento alle arance versato con giusta parsimonia su dei gamberi rossi siciliani crudi. Ricco delle sfumature essenziali della buccia di limone l’altra proposta e a tale riguardo confesso la mia curiosità nel degustare la nuova idea di Valerio.

Certo che il monocultivar da Casaliva, non è olio da passare inosservato, piccante e amaro, seppur di grande equilibrio, sono presenti in modo inequivocabile e penso con una punta di apprensione a quanti, troppi, esclamerebbero “Com’è acido!” Scambiando, ahimè, una delle caratteristiche importanti di un buon extravergine ben conservato con un parametro che nell’olio non è assolutamente percepibile ma solo rilevabile all’analisi chimica. Oli “piatti”, “dolci” come venivano erroneamente definiti, sono il risultato di olive non colte nel momento ottimale, con tempi d’attesa importanti e in condizioni infelici tra la raccolta e il momento della frangitura. Quanto stupore tra i miei conoscenti quando propongo loro uno dei gioielli del nostro Garda o del nostro Iseo e quanto mio di stupore nel degustare un olio regolarmente in vendita con evidenti difetti sia al naso che in bocca. Equivoci così madornali accadono però con frequenza tra i consumatori proprio perché mentre buona parte di noi ha avuto la possibilità di assaggiare almeno un vino piacevole, ben fatto, o addirittura grande altrettanto non accade con l’extravergine, visto principalmente come una sorta di sostanza plastica che permette al cibo di meglio amalgamarsi e “scorrere” successivamente nel nostro palato e non come componente in grado di esaltare le caratteristiche di una carne, un pesce, una pasta o inventandone, in connubio, di nuove.

Questa “non conoscenza” influisce certamente nel determinare quanto sia accettabile pagare un olio, e se, almeno in certe occasioni, si è disposti  a investire una piccola somma per assicurarsi la bottiglia di vino “giusta” o blasonata, molto meno s’impegna per un prodotto degno di pari attenzione. Nota di costume in merito: l’acquisto del vino particolare viene solitamente effettuato dall’uomo di casa pronto a giustificare con mille spiegazioni o con un sorriso di compiaciuta superiorità un prezzo importante, mentre non esiste di norma analogo comportamento femminile nei confronti di un extravergine importante. Senza dimenticare poi che esistono ottimi prodotti a prezzi più che accettabili e che il consumo, a crudo, di un buon olio non è assolutamente paragonabile a quello di una bevanda. Tutto questo, e senz’altro di più, potrete apprenderlo sul campo visitando l’azienda di Valerio e Giacomini, davvero disponibili per passione a condividere il loro amore, e la loro conoscenza,  per questo straordinario frutto dell’oliva.

Nel blog: Per una necessaria cultura dell’olio, L’oro verde del Garda al SOL 2011, SOL – Una stella per l’olio di qualità, Patrizia Rampa o l’olio per passione, Gianfranco Comincioli o della tensione positiva

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La ristorazione bresciana vista dalla guida Michelin 2012

Mi precede giusto di un soffio la prima edizione italiana della guida Michelin, correva l’anno 1956 e la corazzata francese già forte di mezzo secolo di storia faceva il suo ingresso nel nostro paese. Piaccia o non piaccia la “rossa”, come viene familiarmente chiamata, resta il riferimento internazionale per i viaggiatori gourmet, ma, esaurite le formalità di rito, vediamo cosa dice della nostra provincia e, cosa molto meno importante, come la vivo io.

L’edizione 2012 riconosce tredici ristoranti “stellati”, primo fra tutti il Miramonti l’Altro, l’unico a vantare due dei celeberrimi “macarons”, termine coniato, a quanto pare, da un anziano giornalista stanco di ripetere la parola stella all’interno di un suo articolo. Viene poi il gruppo delle singole stelle, Da Nadia, nuova entrata nel firmamento, Ortica, Gambero, Due Colombe, Esplanade, Villa Fiordaliso, Villa Feltrinelli, Tortuga, Capriccio,  Quintessenza, Leon d’oro e Rucola. A perderla, contraltare del nuovo ingresso, l’Artigliere. Solo per questi locali, come tradizione vuole, la Michelin fornisce un’indicazione dei piatti più interessanti, per gli altri, le varie “forchette” da una a cinque, viene segnalato il confort crescente. Se poi si  mangia più o meno bene, la cosa, in un certo senso, è di vostra specifica competenza. Accanto ad alcune osservazioni sul tipo di cucina “di stampo contemporaneo, conquisterà il vostro palato” o “flirta col pesce, ma non dimentica la carne” o ancora “parte da una matrice nazionale per raggiungere esiti intriganti”, vengono rilevati diversi particolari sull’ambientazione, il luogo, gli arredi. Vero che per alcuni locali si parla più approfonditamente di cosa ti serviranno nel piatto ma, specie per dei ristoranti o delle trattorie che non conosco, e qui ne appaiono, mi sentirei poco sicuro sapendo sì che sopra il mio capo ci sarà un’illuminazione fascinosa e scenografica e alle pareti quadri moderni, ma ignorando praticamente cosa il mio palato gusterà. In altri termini, se qui si perde la stella si rischia di finire in una sorta di limbo della ristorazione, magari senza grandi colpe da purgare … Strumento nato per i viaggiatori in automobile assolve egregiamente a questo compito, come saprete riporta con analoghi criteri gli alberghi, ed è indispensabile se siete, ad esempio, in Spagna o in Francia, dove appare nel 1900, ma non la più interessante, e certamente una delle più statiche coerentemente col linguaggio utilizzato, se volete conoscere cosa ci sia d’interessante nella vostra provincia. Da segnalare la comparsa quest’anno dei “Bib Gourmand”, esercizi a prezzi contenuti che offrono una cucina di qualità: una sola segnalazione per la nostra provincia, Villa Aurora a Soiano, che, di là dall’isolamento, mi trova d’accordo.

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Un dolce simbolico

“… La stessa funzione aveva il pane funebre; e come la luna – segno di morte e di rinascita, di crescita e di decrescita – il pane assumeva le forme tonde , …”

Piero Camporesi – La Terra e la Luna

Ero indeciso se pubblicare ancora quanto raccolto agl’inizi di Novembre, ma MiB  è più informazione che cronaca, qui i tempi sono importanti ma non fondamentali. Mi spiaceva poi non onorare la disponibilità di Pierangelo Ferrari. Luogo una pasticceria bresciana, soggetto il pane dei morti. Le forme rettangolari velate di zucchero fanno la loro comparsa dopo i primi di ottobre per uscire di scena nell’arco di un mese: premono già i preparativi per i dolci natalizi che ogni anno paiono anticipare la loro comparsa sul mercato. La nostra tecnologica società, parlo di quella occidentale, non ha più tempo, ma neppure voglia, di perpetuare riti che non siano facilmente sfruttabili in termini economici – considero Halloween alieno alla nostra storia e cultura -.  Quanti cibi si sono per questo persi o hanno completamente reciso ogni legame con l’evento che li aveva fatti nascere, ne abbiamo dimenticato il valore simbolico, ora che possiamo muoverci tra scaffali pieni di anonima merce in attesa dell’acquisto. Un tempo gli alimenti e la loro preparazione – materie prime, ricette, forme – scandivano i grandi eventi della vita umana e della terra che la ospitava: la nascita, le stagioni, i raccolti, la morte. In particolare quest’ultima va ora esorcizzata o nascosta, devo andare indietro negli anni, forse una trentina o più per riportare un episodio rimasto impresso nella memoria. Primi di Novembre, panetteria cittadina, entra una signora di età indefinibile, vestita sobriamente di scuro, scura la borsa fuori moda dalla quale estrae un portamonete, alza gli occhi e chiede a chi sta dietro il banco “Un pezzetto di pane dei  morti, che sono appena andata al cimitero e non ne ho ancora mangiato”. Penso di non avere mai più assistito a una scena simile, dove lontano da ogni apparente golosità il consumare quel dolce si rivestiva del senso di un dovere o quantomeno di un’abitudine proveniente da lontani tempi.

Non è appannaggio esclusivo della nostra provincia quel dolce che ora conosciamo nella quasi unica veste di preparazione speziata e più o meno riccamente farcita di canditi, la si trova, con alcune varianti, in tutta la Lombardia. Come molte preparazioni la ricetta si è arricchita nel tempo incrociandosi, perché no, con altre preparazioni. Cercando nei ricettari bresciani troviamo un “Pa dei mòrcc” a base di mandorle, farina, zucchero, poco burro, uova, scorza di limone e rosolio, foggiato come piccoli biscotti un poco appiattiti (Camillo Pellizzari, La cucina bresciana). A corollario della ricetta l’utilizzo: in particolare nella zona del basso Garda veniva consumato dopo la Messa per la celebrazione dei defunti o lo si conservava come sorta di panacea a cui ricorrere per piccoli dolori o malattie. E la ricetta originale era ancora più semplice, un piccolo pane bianco, già lusso, un poco dolcificato. La versione moderna ricorda certamente più un pan speziato che il suo progenitore, Pierangelo c’informa che la ricetta da lui utilizzata viene dall’esperienza con Gianni Zilioli, pasticcere del mitico negozio dei fratelli Zilioli, di cui rammento la sede in Via Gramsci. Elaboravano anche un pan speziato non molto diverso come impasto ma racchiuso tra due basi di pasta sfoglia, purtroppo – cercate di leggere tra le righe – rammento anche quello … L’occasione è ghiotta per riassaggiare uno dei dolci bresciani per antonomasia: la Persicata, che qui trovo particolarmente buona, con meno concessioni alla presentazione, essendo un poco morbida, ma in grado di lasciare una bocca profumata dai sentori di pesca bianca.

Le foto sono cortesia di Christian Penocchio, che mi rimprovera cortesemente di metterlo sempre in condizioni poco adatte per degli “still life”, il locale è La Pasticceria le Fontane di Pierangelo Ferrari in Via Schivardi 89. Provate i suoi eccessivi e golosi cannoncini caramellati, smettendola per una volta di conferire al termine eccessivo una valenza unicamente negativa …

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Le api sono bestie divine

“Le api sono bestie divine: il loro vomito è miele, anche se, com’è fama, lo ricavano da Giove. Pungono, sì, ma per questo, che dovunque c’è del dolce lì finisci col trovare anche dell’amaro”.

Petronio Arbitro – Satyricon

Ricevo oggi un comunicato a firma Lodovico Valente, apicoltore con Mirella tra i più validi e preparati della provincia, già ospitato tra le pagine di questo blog. Le api stanno morendo, questo possiamo dire senza complicati giri di parole, ed io che credevo la situazione in fase di miglioramento, che avevo plaudito ad alcune iniziative, anche a livello europeo, tese a scongiurare questo dramma, sì che di dramma è lecito parlare, rimango attonito, amareggiato. In contemporanea leggo di un aumento, quantitativo e qualitativo, delle sofisticazioni sul miele, nettare dorato. Ignari, come sempre, noi ciechi consumatori. L’unica piccola cosa che mi è possibile, e che faccio con profonda convinzione ed altrettanta condivisione è dare spazio alle sue parole. Ponete attenzione a quel che dice, scrivete  le vostre opinioni, i vostri commenti, fatevi sentire, ovunque vi sia possibile: smettiamola di essere spettatori passivi di una deriva che non possiamo accettare.

 

LE  API  CI  STANNO  LASCIANDO !

Contrariamente a quanto riportato  in un articolo firmato da Carlo Petrini, pubblicato in prima pagina dal giornale “la Repubblica” il 26 settembre 2011, la mortalità delle api è in forte aumento e la produzione di miele è conseguentemente in calo; la perdita di alveari nel mondo industrializzato è oggi mediamente stimata tra il 40 e il 60 % con punte locali fino al 100%. Questo mi fa ritenere che il conto alla rovescia della loro scomparsa sia purtroppo iniziato e non credo si arresterà perché non vedo nessuno, tra quelli che ne hanno la possibilità, seriamente impegnato a fare qualcosa di concreto per interromperlo.

E’ ormai accertato che le api in natura non esistono più, così come non esistono più tanti altri insetti pronubi. L’impollinazione è attualmente svolta prevalentemente dalle api degli apicoltori decimate dai veleni e da tutte le degenerazioni ambientali che abbiamo provocato e stiamo provocando, marginalmente e in modo imperfetto anche dal vento e dalla pioggia.

Tuttavia io ritengo che  non ci dobbiamo preoccupare per la previsione di Einstein che dava quattro anni di sopravvivenza all’uomo dopo la scomparsa delle api perché, anche se non riusciremo a salvarle, questa non si avvererà; saremo paradossalmente salvati dagli OGM che le multinazionali dei semi utilizzeranno per rendere auto fecondi e produttivi tutti  i fiori necessari alla nostra alimentazione, rendendo così superflua l’opera delle le api . A rendere le api superflue anche per  la produzione di miele (finto) qualcuno c’è già riuscito, ricavando del miele artificiale dal riso e vendendolo come “vero miele italiano” (è comparso in sordina per la prima volta in Italia alla fine del 2010 e  l’11 giugno 2011  i N.A.S. di Bologna hanno sequestrato ben 47.000 kg di questo miele adulterato che stava per essere venduto nella grande distribuzione e chissà quanto, sfuggito, sarà già sugli scaffali dei supermercati e, non solo, finito nello stomaco di persone ignare e un po’ distratte).

E non soltanto in Italia!, l’autorità sanitaria statunitense (FED) ha definito l’invasione di questo miele (finto) di origini asiatiche : “la più grande frode alimentare mai avvenuta negli USA”. Però in casa nostra le cose vanno diversamente,  io temo che il tentativo di giustificare l’abbondante presenza sul mercato di questo miele adulterato abbia motivato la necessità di diffondere le false notizie giornalistiche sulla migliorata salute delle api e sul conseguente aumento della produzione di miele .

La sospensione e la definitiva messa al bando dei neonicotinoidi nella concia dei semi del mais, se pur necessaria, è uno specchietto per le allodole. Questi micidiali insetticidi continuano infatti ad essere usati in silenzio in tutte le colture agricole (mais adulto, ortaggi, frutta, cereali, uva da vino, fiori, ecc.), in tutti gli allevamenti di animali, nel verde pubblico e per proteggere gli animali domestici e i loro padroni dagli insetti fastidiosi. Và ricordato che i neonicotinoidi sono moderni farmaci neurotossici che agiscono, come una droga potente, sul cervello di tutti gli esseri viventi.

Le piante selvatiche purtroppo scompariranno perché i fabbricanti di semi geneticamente modificati  (OGM) non avranno alcun interesse economico a salvarle; d’altronde non possiamo far altro che accettarlo visto che non abbiamo ancora fatto niente di concreto per evitare lo sterminio delle api.

Si dice che la speranza sia l’ultima a morire……speriamo sia vero.

Lodovico Valente (Apicoltore) 

Botticino 30 Ottobre 2011                                                                                                                  apicolturasampi.it

Nel blog: Dei coniugi Valente, di miele e di api

 

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La ristorazione bresciana vista dal Gambero Rosso 2012

A chi si chiede il senso di questa rassegna che pesca nelle guide gastronomiche italiane più diffuse, rispondo che ve ne è più d’uno. Innanzitutto parlo di una porzione ben definita di territorio, quella bresciana, poi cerco di citare il maggior numero di locali recensiti. Di solito i quotidiani parlano dei “grandi”, di chi ha conseguito stelle, chiocciole, alti punteggi, molte volte è un problema di spazio, altre della necessità di fare notizia piuttosto che dare informazione. Purtroppo dei locali ai vertici, e parlo specificamente dei ristoranti, non molti sono oggi alla portata di una fetta consistente di consumatori, che costretta a scegliere tra tante priorità di certo non mette un pranzo importante tra le prime. Così, per chi non è solito acquistare guide tante proposte restano poco o nulla conosciute, non per  il sottoscritto che, feticista della carta stampata, si sente quasi in obbligo di averle fisicamente nella propria libreria. Dico subito che i Ristoranti d’Italia del Gambero Rosso, per la nostra provincia, appare la più completa e  attenta nei confronti delle novità .

Ai vertici dei punteggi, espressi in centesimi, troviamo Miramonti l’Altro con 89, ne aveva però 90, Gambero con 88, ne aveva 87, e Villa Fiordaliso con 86. Un folto gruppo segue i primi condividendo le due forchette, simbolo assegnato ai locali che si collocano tra gli 89 e gli 80 centesimi. Dispensa Pani e Vini e Ortica, 80 e 81, Castello di Dello, Due Colombe ed Esplanade, triade a 82, La Tortuga e Villa Feltrinelli, 80 e 84, Capriccio e Rolly, 82 e 80, Al Porto e Quintessenza, 80 e 81, La Rucola e l’Antica Trattoria La Speranzina entrambe a Sirmione, 80 e 83.

Tra le singole forchette, da 75 a 79 centesimi, vengono recensiti Artigliere e Castello Malvezzi, 79, Noce a 78, Scarlatto a 75. Permettetemi due parole su questo nuovo locale che andrebbe visitato e incoraggiato per consentire a Raffaele Mor il raggiungimento di quell’equilibrio necessario ad esprimere la sua indubbiamente felice “mano”, a volte mortificata da tempi d’attesa e servizio, nonostante l’impegno di Anna Adami, in affanno.
Poi Carlo Magno e Mongolfiera dei Sodi, 77 e 79 , Capoborgo di Gavardo, Leon D’Oro e
Antica Trattoria delle Rose, tutti a 77 e a chiudere il Kro di Temù  con 75.

A un soffio dalla forchetta, 74 centesimi, appare per la prima volta il centrale Lo Scultore dove la guida si sofferma a parlare estesamente del progetto MadeinBrescia. Altra proposta con eguale punteggio il Monte Baldo a Limone del Garda, locale a me sconosciuto che coerentemente propone, ce ne fossero di più, buon pesce di lago.

Terminata la voce ristoranti si apre quelle delle trattorie dove ai punti e  forchette si sostituiscono i “gamberi” storico marchio dell’editore. Qui con 3 gamberi la vetta è conquistata, a pari merito con l’Osteria della Villetta e con mio personale piacere, dalla Madia di Brione che dopo la chiocciola delle Osterie d’Italia si aggiudica anche questo riconoscimento. A quota due gamberi troviamo L’Osteria dei tre Cantù, è passato tempo dalla mia ultima visita ma voto e commento sull’offerta dei vini mi lasciano un filo
perplesso,  la nuovissima Osteria Suer e Garbino  e il Pegaso dell’inarrestabile Adriano Liloni (grazie a lui quanti produttori entusiasmanti ho conosciuto). Con un gambero La Grotta e  l’Osteria dell’Orologio a Salò. Ancora due categorie, i wine bar con il Gusto di Manerba, fratello minore del Capriccio, e l’Osteria del Vecchio Larry a Pontoglio, grandi carni e grandi vini …, due bottiglie a pari merito, e per le pizzerie, niente simboli o voti soluzione adottata anche per i locali etnici, La Cascina dei Sapori che mi riprometto di visitare al più presto. Un panorama indubbiamente vasto, con qualche assenza in quest’ultima parte, trattorie vere, e nella proposta ittica del capoluogo che pure conta qualche valida proposta.

Nonostante l’avanzare, positivo, della rete e il confrontarsi con una società in perenne trasformazione, credo che le guide cartacee conservino un loro preciso significato, specie se sapranno cogliere i mutamenti in atto – una loro evoluzione su altri supporti ad esempio – dedicando sempre più spazio a chi cerca di uscire dall’omologazione dei sapori
utilizzando materie prime frutto di attenta ricerca e non semplicemente comprate “chiavi in mano” da qualche fornitore specializzato. Niente integralismi, per carità, che sarebbe sciocco pensare a un’utopica autarchia, ma attenzione a quello che viene messo nel piatto e non solo per aspetto o tecnica di preparazione. Quanto alla rete ben vengano blog, non sono masochista sino a questo punto, forum, portali e quant’altro, ricordiamoci però che è
necessario essere realmente critici verso una pletora d’informazione che talvolta è frutto di copia e incolla, di giudizi affrettati od opera di chi in casa compra tutto al supermercato più economico e magari non sa cucinarsi nemmeno due uova ben fritte …

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La ristorazione bresciana vista dal Mangiarozzo 2012

Quarta edizione col nuovo nome per la guida di Carlo Cambi, correva infatti il 2008 quando perse il suo Gambero Rozzo reo secondo il Tribunale Romano di “sfruttamento parassitario della notorietà del più prestigioso marchio Gambero Rosso.” Poco male che le pubblicazioni continuarono l’anno seguente con l’attuale nome e la ferma convinzione di voler essere “L’antiguida enogastronomica per eccellenza. … Locali a conduzione familiare, di lunga presenza o storica location (sic), legati alle produzioni agricole, alla stagionalità e che offrono un pasto completo (vini esclusi) sotto i 45 euro.” Bene.  Apriamo la guida e troviamo le confortanti presenze delle Frise di Artogne e della Cantina di Esine, si aggiungono poi L’Osteria del Quartino a Brescia e l’Antica Trattoria del Gallo di Iseo ma anche il Ristorante Pizzeria da Giusy a Ponte di Legno, il Cavallino di Vione e l’immancabile Villetta di Palazzolo. Altri tre portano il totale a dieci locali recensiti. Dieci a rappresentare l’intera ristorazione bresciana coerente con i canoni della guida. Ancora (tutto) bene se fossero assolutamente in linea con le note riportate in IV di copertina, forse meno bene se uno tra quelli che non riporto gode di una “location (sic) incantevole” e propone il “bertagnì (frittura bresciana di baccalà e verdure)” ah sì? E da quando ci sono le verdure? Anche questo un “melting pot gastronomico”?

Alla prossima guida.

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