Tra le proposte di Italia in Rosa

Strano il destino dei vini in “rosa”, considerati dai più come ibridi asessuati in bilico tra rossi e bianchi, non degni di una loro autonoma dimensione. Certamente poco aiutati da una comunità europea che lo scorso anno si trovava a valutare la possibilità di autorizzare una chimera nata dalla perversa miscela delle due categorie da tutti riconosciuti, poi la bocciatura, una delle poche intelligenti operate dalla succitata, e il sospiro di sollievo di tanti. Relegati molte volte al ruolo di vini estivi, quando l’imbarazzo della scelta e il caldo portano al di là del fatidico, e ora un poco desueto, bianco o rosso. Oppure moda, segnata ancor più di altre quando si entra nel campo alimentare, dai tratti svilenti dell’effimero: che belle, che eleganti, che trendy le bollicine rosa, magari cariche di sentori fruttati e di morbidezze che preferiremmo in altri luoghi, in altre situazioni. Ma vinti questi luoghi comuni è stato un piacere scendere da quel di Soiano del Lago a Moniga per visitare una delle due località, l’altra era Lazise sulla sponda veronese del Lago di Garda, che ospitavano Italia in Rosa, rassegna organizzata dai comuni di Moniga del Garda e Lazise e dai Consorzi di tutela del Garda Classico e del Bardolino, in grado di schierare in questa edizione 2010, alcune centinaia di vini rosati provenienti da tutta Italia. Mi soffermerò, tra le proposte assaggiate, su un’unica tipologia, quella del  Garda Classico Chiaretto che il disciplinare della DOC prevede ottenuta da uve provenienti da vigneti aventi la seguente composizione varietale: Groppello (nei tipi Gentile, S. Stefano e Mocasina) minimo 30%, Marzemino minimo 5%, Sangiovese minimo 5%, Barbera minimo 5%. Diciamo subito, per chiarire le mie preferenze, che non amo particolarmente quei chiaretti eccessivamente morbidi, magari accattivanti al naso con profumi marcati di frutti rossi ma successivamente portatori al palato di un sovrappiù di sensazioni dolci che certo non invitano al ripetere l’esperienza. Bene i fruttati, ma anche i fioriti, se accompagnati da freschezza e sapidità, in grado di regalare l’inimitabile piacere del desiderare ancora un sorso. Ben vengano allora il chiaretto Leali di Monteacuto, premiato recentemente come miglior espressione della tipologia, quello equilibrato e godibile, con bella mineralità,  dell’omonima azienda di Sergio Delai a Puegnago, l’atipico ma intrigante La moglie ubriaca dell’azienda agricola La Basia con i suoi sorprendenti sentori di fiori di sambuco a emergere sulle note più tipiche. Sempre corretto, sebbene in quest’occasione avvertito un filo  sottotono rispetto ai precedenti, il chiaretto dell’Azienda Agricola Zuliani.

Certamente altri sono del tutto meritori ma il caldo, l’ora e il tempo non mi hanno permesso molte assaggi. Una curiosità: ho riprovato, dopo alcune esperienze non felicissime, il Molmenti, vino di Costaripa dedicato a Pompeo Molmenti, romanziere, senatore e brillante giornalista veneziano che si dice, tra leggenda e realtà, inventore del nostro chiaretto. Nell’annata 2008, quella presente in degustazione mentre tutti gli altri erano 2009, lasciato al vino il tempo di respirare ed aprirsi un poco, l’apporto del legno in fermentazione s’integrava con sufficiente eleganza e piacevolezza con il tessuto del vino, lasciando ben sperare per abbinamenti di un certo impegno e serbevolezza inusuale per la tipologia.

In definitiva la dimostrazione che anche questa dimensione la provincia bresciana ha più di un’ottima carta da giocare e l’invito a riconsiderare, oltre i confini delle rive gardesane, l’utilizzo e la proposta di questi vini.

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