“MadeinBrescia” appunti sul progetto

L’idea di un marchio  Made in Brescia nasce circa due anni orsono con l’apertura della “Civica Trattoria Lo Scultore” e l’intento di esprimere concretamente,  nonché rafforzare, il concetto di cucina del territorio con cui eravamo partiti. Ma anche di colmare così un vuoto di identità e riconoscibilità traducibile con il termine di “brescianità”.

Ci  interessava accorciare i tempi di percorso dei prodotti  agroalimentari che utilizzavamo – il famoso chilometro zero -, dare visibilità ai produttori della nostra provincia, sempre più affannati nell’emergere in questo sistema commerciale dalla globalizzazione crescente  e salvaguardare il patrimonio culturale e tradizionale che da essi deriva.

Brescianità dicevamo prima, che, se ben espressa, può avere una ricaduta positiva sulla potenzialità d’attrazione a livello turistico e non, e per chi, nel campo della ristorazione,  volesse condividerne il marchio ideato. Utilizzabile peraltro  in campi diversi, come già stiamo facendo nell’ambito artistico con l’organizzazione, negli spazi della trattoria, di mostre e installazioni di  artisti bresciani con la supervisione di Camilla Rossi, giovane e valente artista bresciana  – esce dalla sua penna e dalla sua creatività la grafica del marchio – e in quello artigianale con la “Cicli Urbani Brescia “, fabbrica di biciclette fixed per l’utilizzo cittadino. Infine un progetto editoriale che, in un prossimo futuro, possa portare alla stesura di pubblicazioni bresciane, non ultima l’idea di un atlante delle produzioni agroalimentari “Made in Brescia”.

In conclusione due punti che riteniamo opportuno sottolineare

1) La vocazione ecologica di questo  progetto con la valorizzazione di un nostro microcosmo imprenditoriale interessato e sensibile a questo aspetto e ormai diventato, non solo a nostro avviso, imprescindibile per garantire il futuro del territorio e dei suoi prodotti.

2) Il puntualizzare che la difesa e la proposta a livello ristorativo dei prodotti bresciani non è da intendersi come chiusura o negazione a materie prime di altra provenienza, sempre nel rispetto di caratteristiche come salubrità, qualità, rispetto dell’ambiente, quanto attenzione per un loro felice incontro, creando quelle “contaminazioni” realizzabili unicamente  se si hanno solide e sentite radici.


Al di là della concreta impossibilità di una proposta radicale e integralista, pensiamo alla nostra consuetudine – citiamo a memoria la frase di un patrizio veneziano riportata in uno dei primi numeri dell’Etichetta di Luigi Veronelli “… servirai il caffè nero e forte a maggior gloria nostra e dei defonti nostri veci.” – a chiusura dei pasti (appunto già sollevato da tanti per i mitizzati km 0), è davvero l’incontro di materie prime diverse o l’alternarsi di piatti del territorio con altri a caratterizzare buona parte delle cucine regionali italiane.
Momento primo resta la “bontà” di ciò che utilizziamo, la trasparenza delle informazioni al momento dell’acquisto o la serietà dell’offerta se parliamo di ristorazione: che senso ha sbandierare “pasta fresca fatta in casa” se poi così non è? O proporre Lardo di Colonnata che di quella località e delle sue conche non ha nemmeno “annusato” l’aria? E così via per fatulì, bagoss e quant’altro …

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