Il pranzo di Natale secondo Flavio Pasotti

Conosco personalmente Flavio Pasotti da pochissimo, leggo con piacere e attenzione i suoi commenti su fb da poco  più ma il “personaggio”, che tale è, mi ha incuriosito e attratto da subito. Penso che tale attenzione sia in qualche misura reciproca, così quando mi ha inviato un messaggio dicendomi  ” ti manderei una cosa sul Natale ma non e’ quello che ti aspetti …” ho subito pensato di trovarle uno spazio qui. Nulla di stridente con quanto lo precede, che la diversità, specie se intelligente, nutre e sazia. Grazie Flavio …

Quanto e’ forzatamente allegro e fastidiosamente trito il cenone di capodanno con i suoi salmoni, le lenticchie inquinate dai coriandoli, i tappi che saltano per un bere volgare e smodato, prodromico del mal di testa con cui si ascolta lo stucchevole concerto viennese della mattina dopo.  Tanto e’ familiare, prolungato nei ritmi antichi e nelle digestioni a lungo servizio, il pranzo di Natale.

Eppoi, perche’ pranzo? E la cena della vigilia dove la mettiamo? Con i suoi tempi poco padani, perche’ parte tardi per fermarsi un attimo prima della Messa di mezzanotte alla quale arrivare nel freddo rigorosamente a piedi; con i suoi menu’ che di magro hanno solo il pudico battesimo della natura degli ingredienti ma non la sostanza; con il pesce di mare o l’anguilla a salvare la liturgia (e anche i peccati) dalla gola. Il pranzo di Natale e’ l’unica festa che non si conclude con la vigilia, cioe’ malinconicamente prima ancora di cominciare ma e’ un continuum che non puo’ non essere fatto in casa. Ce ne scusino i ristoratori amici ma il fatto che in quelle 24 ore abbiano avventori e’ la dimostrazione dell’esaurirsi dei rapporti familiari, dell’affermarsi delle famiglie mononucleari e della scomparsa dei nonni e ancor piu’ degli zii, lasciati in un angolo purche’ a casa loro e dimenticati. Soprattutto le loro tavole prenotate sono la celebrazione della emancipazione della donna che ha abbandonato i fornelli, che anzi non ne vuol piu’ sapere perche’, lavorando tutti i giorni, non vuol mettersi a far da mangiare per una festa degli altri come se lo stare in cucina oggi fosse ancora assimilabile ad una esistenza discriminata, magari tutta al servizio  degli uomini.

No, mi spiace: il Natale e’ a casa;  e in un mondo che giustamente con i nuovi ritmi cambia la storia se c’e’ una tradizione da salvare e’ quella del Natale, delle sue cene e dei suoi pranzi che abbandonano la declinazione laica del divertimento infrasettimanale con gli amici o del business lunch finto nouvelle cousine e vengono assorbiti come parte integrante della sacra celebrazione, scandendone i ritmi al pari della liturgia religiosa. Non paia blasfemo, il Natale e’ sempre celebrazione religiosa maiuscola (e spesso pedante occasione per predicozzi anticonsumistici) ma e’ tale anche se la dimensione religiosa trova declinazione negli affetti della Casa, nel gusto del trovarsi e ritrovarsi, nel bicchiere portato in alto non per forma o divertimento ma legato a uno sguardo migliore verso il vicino di sedia, per riaffermare un affetto, una amicizia, un legame.  Il pranzo di Natale comincia quando mi sveglio tardi e sento che laggiu’, in cucina, qualcuno gia’ lavora: i rumori non sono i soliti tacchi frettolosi delle mattine di lavoro ma il soffio asmatico e ossessivo della cappa aspirante perennemente accesa, la pentola risciacquata e riposta col sordo tintinnio (le pentole in cucina per magia non bastano mai…), il tictic della accensione del fornello, il piatto che cade e le imprecanti recriminazioni  falsamente sottovoce tra moglie e suocera. E’ il procedere assonnati verso la sala da pranzo gia’ parzialmente imbandita e un caffe,’ preso in piedi e in accappatoio, ucciso nel suo sapore dall’aroma del cappone che bolle o dalla noce moscata del ripieno che ancora gira nell’aria. Il chiedere “come e’ di sale?” per scongiurare la presenza del grande nemico della cucina italiana e il veder ricomparire una uva tardiva nella alzata della frutta dopo solo qualche settimana di assenza. Discutere del casoncello dell’anno passato, sgrassare il brodo per la minestra che viene;  il caldo umido e opprimente del bollito che non puo’ fuggire dalla casa perche’ il rigore dell’inverno non fa aprire le finestre. Il pranzo e’ lungo e i bambini per una volta non possono alzarsi sino a quando, molto piu’ tardi, la poca luce del giorno di Natale non lascia il posto ad un fioco tramonto tra i vetri appannati, con lo zio accasciato rumorosamente sulla poltrona, la zia in cucina ad aiutare,  la genuina pesantezza di stomaco che cerca un toscano non piu’ fumabile in casa e, immancabile, il pessimo amaro a temperatura bollente servito dalla suocera come rimedio anche callifugo.

Insomma, non me ne voglia Carlos ma questo per dire che non riesco proprio a scrivere del menu’ natalizio: ognuno se lo coniughi come preferisce ed anche, in modo ardito, introduca magari l’ostrica abbinata al maiale con la birra: a Natale siamo tutti piu’ buoni, pronti a perdonare l’imperdonabile e alla sintassi del cibo concediamo il secondo posto, preferendo per stavolta, almeno stavolta,  quella dei sentimenti.

 Flavio Pasotti

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. marcello vigasio ha detto:

    Complimenti a Flavio Pasotti per la sua dotta e severa analisi del Natale

  2. Carlos Mac Adden ha detto:

    Non mi stancherò mai di dirlo, e questa occasione mi è particolarmente cara: sono felice quando in questo blog possiamo ospitare altre voci, idee, opinioni. Rappresentano l’humus di cui qualsiasi progetto ha bisogno per crescere e diffondersi, in particolare quando lo stesso è affidato integralmente alla “buona volontà”, alla passione, come è questo sin dalla sua nascita, perché “… libertà è partecipazione …”.

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