Franca Ghitti

Ogni grande opera d’arte ha due facce, una per il proprio tempo e una per il futuro, per l’eternità.
(Daniel Barenboim)

Sono passati poco più di sei mesi da quando qui scrivevo  “Di Franca Ghitti .., torneremo ad occuparci separatamente e con altri spazi”. Non pensavo certo di farlo pressoché in contemporanea alle sue esequie ad Erbanno, paese natale dell’artista, e mi duole non aver potuto onorare diversamente quel mio proposito, confortato dalle sue parole nell’accomiatarci “Venite a trovarmi nel mio studio, vi aspetto”. Con me Christian Penocchio che aveva scattato alcune fotografie, sottraendola per brevi istanti alle tante persone che volevano salutarla, congratularsi con lei per l’ennesima volta, l’occasione una mostra dedicata ai suoi “Tondi“, ospitata negli spazi dell’azienda agricola Barone Pizzini, realtà a cui era legata per più di un motivo. Avevo in un certo senso conosciuto Franca Ghitti oltre 35 anni fa attraverso la sua collaborazione e amicizia con una figura  importante per me e per la mia formazione: quel Lento Goffi, insegnante e poeta bresciano, scomparso nel 2008. Le sue Cronachetta  per i tipi di Vanni Scheiwiller del 1979 e Un’isola sì pubblicata da L.N.C. vedono la presenza, in entrambi i casi, di sei incisioni della Ghitti. Nell’arco di questi ultimi anni, oltre all’incontro già citato, ho avuto il piacere di rivederla all’inaugurazione di un’altra sua mostra nel castello cittadino: resteranno a questo punto gli ultimi due. Di lei ho parlato sotto la vite nel cortile della Cantina di Esine con Guglielmo Piccinelli, che da tempo la seguiva prezioso e discreto. Ignoravo fosse da tempo malata, sapevo invece dei suoi tanti riconoscimenti, dell’essere artista camuna ben conosciuta nelle grandi gallerie e tra gli artisti e gl’intellettuali newyorchesi.

Riporto di seguito parte di uno scritto ricevuto ieri proprio da Guglielmo a nome del gruppo Amici di Franca Ghitti con un riassunto della sua vita e della sua opera, dimensioni da sempre legate nel suo percorso terreno.

” Nella sua ricerca ha riutilizzato materiali e oggetti che già avevano una storia d’uso in una comunità d’uomini: oggetti trovati, legni usurati, assi e scarti di falegnameria, anche traversine ferroviarie per le opere in legno; oppure scarti dei processi di lavorazione del ferro coi magli ad acqua nelle antiche fucine della Valcamonica (stampi, ritagli, sfridi, chiodi, tazze di siviera, la stessa polvere di fusione), ma anche “ritagli” delle più moderne industrie dei metalli.

Rilanciava il ritmo costruttivo dell’antica civiltà materiale: il suo linguaggio era intessuto di elementi costanti e ripetuti che diventavano misura di uno spazio esistenziale, memoria di vite vissute in una particolare struttura di ideologia, di società e lavoro. Le opere si sono sviluppate orizzontalmente in cerchi, spirali, meridiane, labirinti, o sono cresciute su se stesse fino a farsi colonne, pareti, porte, cancelli, cascate, o si sono raggruppate tutte assieme a farsi “bosco” o “città”. L’idea della scultura di Ghitti è stata quella di un “raggruppare per luoghi”.

La poetica che ha contraddistinto l’artista non è stata soltanto nel riuso e nell’espressività ricercata in materiali carichi d’una storia di produzione e di vissuto, ma nell’organizzarli in una precisa spazialità e percezione storica – l’ostinata rievocazione di un senso della misura, di una mappa, di una rotta – e nell’infondervi un respiro mitico, corale, che costringesse – affondando nel corpo dell’esistenza di tutti – a ripensare verità pubbliche e valori comunitari.

Franca Ghitti ha intrecciato i suoi percorsi di vita e ricerca con personaggi della cultura e della letteratura come Vanni Scheiwiller, Vittorio Sereni, Roberto Sanesi, Italo Calvino, Maria Corti, Mary de Rachewiltz, Lento Goffi, Maria Luisa Ardizzone, con storici dell’arte e critici come Giulio Carlo Argan, Carlo Belli, Carlo Bertelli, Giovanni Pugliese Carratelli, Enrico Crispolti, Elda Fezzi, Giuseppe Marchiori, Walter Schoenenberger. Lunghissimo l’elenco di mostre in spazi pubblici, università e gallerie private in Italia, in Europa e in America, e altrettanto l’elenco di monografie, edizioni d’arte e cartelle grafiche. Assai stretto il rapporto con New York e alcuni intellettuali e artisti americani. Suo gallerista a New York è Ivan Karp, proprietario della OK Harris Gallery, pioniere della Soho degli artisti e già direttore della galleria di Leo Castelli che lanciò anche Andy Warhol.
Lascia un’opera ingente, in parte ancora inedita e sconosciuta”

Questo

degli eventi è il verbale rapporto
questo è quanto posso dire. Pensateci e
prendete le convenienti misure.

Lento Goffi – Cronachetta

Grazie a Guglielmo Piccinelli per il testo riportato e a Eletta Flocchini responsabile Comunicazione Distretto Culturale  Comunità Montana di Valle Camonica per la prima e la seconda immagine  (ph. Fabio Cattabiani). Grazie a Christian Penocchio per la terza immagine inserita, già apparsa nel post I Tondi di Franca Ghitti.

Nel blog: I Tondi di Franca Ghitti

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