Cronaca di una fine annunciata?

Franciacorta in bianco

Nel  tentativo di segnalare ogni settimana sulla pagina facebook corrispondente a questo blog gli eventi, le rassegne a mio avviso (sottolineo queste ultime parole) più interessanti del fine settimana – l’ambito prevalente, lo sapete bene, quello agroalimentare ed enogastronomico, – mi capita spesso di arrivare a Domenica e scoprire di essermi dimenticato o di non essere riuscito a dare notizia di qualcosa che interessante lo era. Anche oggi, per non sottrarmi alla tradizione, mi ritrovo con le mie sviste,  del resto misero e solo sono. Di una rassegna però non mi sento immancabilmente colpevole: Franciacorta in Bianco, 19a edizione. Eppure, a differenza di tanti altri eventi segnalati e a cui non ho partecipato, l’ubiquità è prerogativa di ben altre dimensioni, lì ci sono stato, complice lo ammetto il V Concorso nazionale miglior yogurt di fattoria a cui ho partecipato sia in veste di componente della giuria che di relatore. Una contraddizione, un paradosso, eppure quella visita mi ha convinto, sinceramente a malincuore, che Franciacorta in Bianco se vuole ritrovare il pubblico (non parlo solo di numeri nudi e crudi) degli esordi deve compiere una coraggiosa virata. Perché, lo riporto testualmente dal sito dedicato, quell’evento è o vuole essere «appuntamento annuale per operatori, appassionati ed intenditori dei prodotti lattiero caseari … per conoscere e valorizzare prodotti delle regioni italiane, …, e internazionali … rassegna specialistica… occasione di confronto, di valorizzazione dei prodotti … della terra e degli allevamenti».                 

Dimensioni che ho stentato a trovare in un insieme quasi dimezzato di partecipanti rispetto alle prime edizioni, e dove accanto ai produttori superstiti, ai consorzi di tutela, alle scuole del settore, è sempre più nutrita la presenza di commercianti -nulla di male ma qui che c’azzeccano? – che offrono torrone, olive, cioccolato, pomodori secchi, salumi, dolciumi, olio… Per un insieme che forte della presenza di terraglie, liquori, pani altoatesini e grande distribuzione fa giustamente chiedere ai pochi puristi rimasti «Cosa ci faccio io qui?». Parole che già in scorse edizioni sono diventate motivo di abbandono per piccoli/grandi caseifici testimoni di quello spirito che è stato alla base della nascita di Franciacorta in Bianco. Come dimenticare, per chi era presente, Corrado Barberis che ne contava ed elogiava i pregi?

Certo c’è la crisi, che oltre alla sua innegabile e negativa influenza pare offrire un’ancora di salvezza per tutte le distrazioni, le inadempienze, la mancanza di fantasia e di concreto rispetto per quelle realtà capaci, con gli oltre 400 formaggi catalogati nel 1991 dall’Atlante dei prodotti tipici: i formaggi, di porre il nostro paese sul gradino più alto di un ideale podio dedicato ai latticini nel mondo. Solo una decina di anni dopo, otto per la precisione, i Formaggi d’Italia edito da Slow Food ne contava circa la metà. Una falcidia di generi, di tipi, di rarità che testimoniavano l’incredibile varietà del territorio italiano, del suo essere insieme di microclimi, di usi diversi, di consuetudini capaci di cambiare nell’arco di pochi chilometri. Una ricchezza che ci viene invidiata da quel mondo prima citato, forse attonito di fronte alla pari capacità d’ignorare, distruggere, minimizzare un patrimonio unico.

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