I Vignaioli di Fornovo

Classica domanda da un milione di euro: perché alcune rassegne funzionano e altre no? Perché a volte vengono premiate iniziative che a me paiono del tutto inutili o del tutto inventate, e per contrappasso vengono pressoché ignorati eventi che avrebbero tante, tante cose da dire? Non voglio creare dell’inutile suspense, la risposta non l’ho e sarei grato se qualcuno m’illuminasse, anche se penso che i fattori in gioco siano più d’uno e varino al variare della tipologia dell’avvenimento.

Vini-di-Vignaioli

Breve introduzione per dire che lo scorso Lunedì in compagnia di un amico ho passato qualche ora a Fornovo di Taro, provincia di Parma, dove da 13 anni, se non vado errato, si tiene nell’arco di due giornate Vini di Vignaioli – Vins de Vignerons « Un’ampia proposta di vini prodotti nel rispetto del vitigno e del terreno…». Utilizzo questa definizione, contenuta nel sito della rassegna , per evitarmi l’utilizzo di tutti quei termini – biologici, biodinamici, naturali… – che di solito scatenano sanguinose guerre tra sostenitori e detrattori, conservatori ed «enofighetti», come i primi solitamente definiscono i secondi. M’interessa sempre di meno dare etichette, tassonomizzare il tutto (non siamo batteri no?), quanto, visto l’umano tempo residuo scemare via via, frequentare cose che mi piacciono, che mi danno emozioni, dalle quali posso imparare qualcosa (una delle non tantissime azioni umane con un significato). E qui ci sono, eccome, nonostante l’ingresso con i palloncini, leggetevi il breve ed efficace commento di Angelo Peretti su InternetGourmet, il braccialettino giallo da vacanze in villaggio, l’inaspettata ressa di lunedì, l’assoluta indifferenza a qualsivoglia velleità estetica.

Enrico-Togni

Qui ogni produttore ha un tavolino, una sedia (magari due i raccomandati…), e lo stesso spazio a disposizione. Quanto lontani sono gli stand faraonici di altri eventi, ancor più lontani i discorsi astrusi, gli ospiti famosi, compreso l’ormai onnipresente Chef di grido. Qui signore, e signori, si parla di vino, ci si fa spazio con il proprio bicchiere, si ricevono dosi giustamente minime, si assaggia, si vuota o si sputa in un secchiello di plastica ai piedi del prima citato tavolino (a sputare non imparerò mai, immaginiamoci da altezze per me siderali) e poi, e prima, e durante, si ascolta chi quel vino lo produce, lo conosce e lo rispetta profondamente. Retorico? Forse un poco, ma camminando tra le affollate corsie che ospitavano, all’incirca, 120 vignaioli italiani, quasi una ventina francesi e una manciata di sloveni, quella era la sensazione che respiravi. Ed era subito seguita, parlo sempre per me, dalla riflessione che ha in qualche modo generato l’inizio di questo post: allora è possibile dannazione, è possibile sì radunare sotto una struttura capace, nonostante il tempo fosse, per fortuna, un poco perturbato, di farti pentire di avere scelto qualcosa d’impermeabile per affrontare quel bagno che a poco a poco diveniva turco, tante persone veramente appassionate, farle discorrere insieme, sorprenderle nonostante molte fossero assaggiatori smaliziati. E l’ingresso era, ancora giustamente, a pagamento.

Flavio-Faliva-e-Antonio-Tor

Alla faccia di, purtroppo, tanti, Vini di Vignaioli funziona, e funziona nonostante tutto più che bene, questo mi premeva raccontarvi, ché sono stanco di sentirmi dare, più o meno sommessamente, del sognatore, dell’elitario, dello snob. Naturalmente sono passato a salutare i «miei» bresciani, parlare quasi esclusivamente di un territorio ristretto ha medaglie e i loro rovesci, Michele Loda del Pendio, Enrico Togni per Togni-Rebaioli (il malandrino mi ha quasi obbligato – grazie Enrico! – ad assaggiare tre prove da botte convincendomi, se mai ne avessi avuto bisogno, delle sue grandi potenzialità), Flavio Faliva di Cà del Vent di cui inizio poco a poco a scoprire e apprezzare integrità e coerenza. Avrei poi voluto parlare con tanti, ma tempo e fisico non me l’hanno permesso, così vi consegno i ricordi, frammenti di ricordo, dei vini di Nino Barraco – con il naso del Catarratto che ancora m’intriga seguito dalla bocca dello Zibibbo, per nulla scontata e per questo ancora più bella e sul finire un Nero d’Avola che mi ha riappacificato con il vitigno -. Qui  è di rigore un «grazie Stefania Pompele!». Di volata i vini senza compromessi di Costadilà, lo Syrah di Stefano Amerighi e il sorprendente Pinot Nero di  Voltumna.

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