Il Clinto e l’ambiguo fascino dei ricordi

Vitis Labrusca e Riparia

In calce a un mio articolo dedicato a un microbirrificio di CaprianoOpen day dai fratelli Trami per gustare la birra d’autunno – pubblicato venerdì 6 novembre sulle pagine bresciane del Corriere della Sera è apparso ad opera di un lettore il seguente commento «A Capriano del Colle una volta si beveva un vino eccellente, il Clinto, lo si beveva nella scodella bianca dove ne rimaneva il segno, perché non ripristinare questa vecchia tradizione?». Premetto che proprio coi fratelli Trami esordivo, controcorrente lo ammetto, poco più di 4 anni fa la mia rubrica Sapori Bresciani e da qualche parte fui «pizzicato» per questo esordio un poco eretico, come la birra d’inverno d’altronde, in apparenza dimentico della grande tradizione enoica della nostra provincia. Fu un azzardo felice visto che sono stati oltre 170 i pezzi da me per lo più dedicati a tanti piccoli/grandi produttori locali con uno spazio non indifferente rivolto ai vitivinicoltori.

Più specificamente, per rimanere nel Montenetto e al principale comune interessato, Capriano del Colle, ho scritto su quelle pagine dei Lazzari, de La Vigna di Anna Botti, dei vini di San Michele e di quelli di Pietro Podestà (e nelle immediate vicinanze di Paolo Rinaldi e Franco Poli). Parlando con alcuni di quei produttori, ma anche con Maria Grazia Marinelli, attuale presidente del relativo Consorzio, abbiamo rilevato come per non pochi bresciani quella zona rievocasse ancora e prevalentemente, omeriche bevute di un vino rosso, aspro e profumato, dai sentori fruttati e vinosi (fragola, anche di bosco, in primis), «foxy» direbbero i degustatori anglofoni, che tingeva pressoché irrimediabilmente la scodella in cui abitualmente si beveva: troppo civilizzato e urbano l’uso di un banale bicchiere (le cose, fortunatamente a mio avviso, sono radicalmente cambiate nell’arco di poco tempo).

Ammetto di non essermi sottratto a quel rito, non vi confesserò l’età dato che ero piccolo nonostante il mio cumulo d’anni, rimanendo sinceramente sorpreso dalle sensazioni che quel liquido di un intenso rosso violaceo regalava. Belle sensazioni comunque, ammantate irrimediabilmente dal tempo, grande cerimoniere capace di trasformare una sorsata censurabile in ricordo ricco di fascino e piacere. Trasformare certo, che di là dal momento il Clinto è vino che non può esserlo: ibrido produttore diretto è un incrocio tra Vitis Labrusca e Vitis Riparia (vitigni americani), e qui cala il sipario dato che le sole uve vinificabili in Italia sono quelle appartenenti alla specie Vitis Vinifera. Senza addentrarci nel tecnico, tannini, bassa gradazione alcolica, elevato contenuto di pectina e conseguente formazione di alcol metilico (niente drammi, servirebbe comunque berne dosi pantagrueliche, non certo una bottiglia), qualità generale non eccelsa ne sconsigliano la vinificazione: in rete è possibile trovare appunti a tale proposito più dettagliati.

Teniamoci i ricordi, ci mancherebbe, ma guardiamo al presente e all’imminente futuro, che vede per il Montenetto una serie di viticoltori, e di vini, in grado di far uscire questa zona dagli stretti confini provinciali.

3 commenti Aggiungi il tuo

  1. D.L. (Vignaiolo carino, esteticamente quasi accettabile) ha detto:

    Spesso si parla di “tradizione” solo perché nei ricordi delle persone è radicato un dato ricordo. Io ricordo quando ero piccolo le serate davanti alla televisione con la mia famiglia, è forse tradizione quella? Come pure, è forse “tradizione” coltivare e vinificare un vitigno presente nella nostra provincia (o nel territorio specificato dall’articolo) da non prima di inizio ‘900?
    Diffusosi solo per la facilità di coltivazione (resistenza alla filossera) invece che per la qualità dei vini prodotti.
    Abbiamo comprovate testimonianze di vitigni presenti in taluni territori da ben prima di questo periodo. Quale è dunque “tradizione”?
    Purtroppo la gente spesso non attribuisce il corretto significato al termine.

    1. Carlos Mac Adden ha detto:

      Bell’intervento Davide, estetismi a parte…, sulla «tradizione» si scrivono e si dicono tante cose, se ne fa, mulini bianchi e galline sapienti insegnano, talvolta uso strumentale o ci si lascia, pochi sono immuni, non certamente io, cullare da quello che ho appunto definito come fascino ambiguo dei ricordi. Poco male per quest’ultimo uso, purché non diventi freno per lo sviluppo e la comunicazione di un territorio.

  2. Pingback: MadeinBrescia

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