Lorenzo Cavalli o i colori della bassa

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Moda, tendenze, personaggi. Pare il leitmotiv di molti scritti, siano sul web o in versione cartacea, si tende per lo più a parlare del già conosciuto, di ciò che si è sufficientemente sicuri ottenga la maggior adesione da parte del lettore. Poca voglia di rischiare, non sono i tempi lo sappiamo, anche nelle piccole cose come raccontare un pomeriggio insospettatamente nebbioso  nella nostra bassa, un paio di stivali di gomma ai piedi e tanti colori negli occhi, nemmeno immaginati prima visto il velo di foschia sempre più denso allontanandoci da Brescia.

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Da tempo Lorenzo Cavalli mi diceva «Venga, venga a trovarmi, adesso i colori sono sorprendenti», responsabili crucifere, ombrellifere, cucurbitacee o chenopodiacee (cavoli, carote, zucche o barbabietole se preferite), ché d’autunno/inverno il verde non sparisce, le verdure non vanno in letargo come gli orsi di Yellowstone. Dovremmo farlo tutti, accettare un invito per toccare con mano, posare piedi e sguardo sulla realtà, prendere atto che da qualche parte – Borgo San Giacomo e Orzinuovi in questo caso – queste famiglie botaniche dimorano effettivamente nella terra, da lì si alzano o sprofondano facendosi spazio nei campi naturalmente inerbiti. Lorenzo nella sua omonima azienda agricola, il mistero inizia a svelarsi, non usa trattamenti sistemici, il principale agente qui è il lavoro manuale o meccanico, il concime è letame fatto «invecchiare» sino a 4 anni, sino a diventare una sorta di ricco terriccio pressoché privo di odore, che si sfalda nelle mani senza sporcarle (Lorenzo mi parla più tardi di linee, di energia, in un dialogo neppure lontanamente presagito conoscendolo frettolosamente dietro le cassette del suo banco).

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Lo trovate, spesso con il figlio Claudio, nei mercati di Campagna Amica a Brescia a proporre quanto coltivato nei suoi campi, una sorta di ritorno alla terra perché sin da ragazzo quella è la dimensione sognata per il futuro, ma a separarlo da quel sogno un buon numero di anni a lavorare nell’edilizia, lontano dai suoi luoghi di origine. Poi il rientro, un piccolo orto, qualche pianta da frutto e poco a poco l’acquisto o l’affitto di terreni dove coltivare un numero crescente di prodotti. Pacciamature con appositi teli, alternanza selettiva delle verdure, attenzione ai tempi naturali, alle temperature, a non comprimere e inaridire il suolo con interventi pesanti.

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«Contate, contate quante verdure ci sono all’inizio dell’inverno, solo l’imbarazzo della scelta: non hai altre possibilità, se non offri scelta e quantità non ce la fai ad andare avanti» e inizia a camminare descrivendo con minuzia quanto incontriamo nelle due località visitate. L’elenco è lungo, per nulla noioso visto che ogni voce corrisponde a forme, sapori, consistenze diverse: carote, cipollotti, ravanelli, l’insalata gentile, la lattuga, la valeriana, gli spinaci, le erbette, i capolini (aspettano come altre verdure, cardi, finocchi, il freddo, ora giunto, per esprimersi al meglio), il cavolfiore viola di Sicilia (u’bastardone), il romanesco, il giallo dei ronchi, il bianco, l’arancione, il cavolo rapa, il sedano rapa, le puntarelle, il cavolo nero, il cavolo cappuccio, il cavolo verza, i cavolini di Bruxelles, il radicchio di Castelfranco, quello trevisano, quello di Chioggia, il torciglione. Ancora… Il ravanello antico, la rapa nera, quella bianca, il ramolaccio, il cardo, la cicoria di campo. Non mancano poi gli alberi da frutto, come non citare la Bella di bosco, profumo e sapore assolutamente unici, la Golden rush e in stagione pesche, pesche noci, albicocche, susine… Sicuro ad ogni modo di avere dimenticato qualcosa.

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Per quanto poi valga la mia testimonianza, le nostre visto che mia moglie Elisabetta camminava con noi, posso dire di avere toccato con mano ogni essenza citata e averne assaggiato non poche: un’esperienza salutare per chi, era una domenica pomeriggio, frequenta pressoché esclusivamente gli spazi degli onnipresenti centri commerciali e consuma altrettanto esclusivamente le asettiche verdure di IV gamma. Un breve viaggio nel lavoro di ogni giorno, qui le vacanze sono dimensione pressoché sconosciuta, perché oltre a tutto l’impegno che la terra richiede quasi la totalità di ciò che si raccoglie va pulito e preparato prima di essere pronto per la vendita. Ed è facile intuire che senza un rapporto sentito con questa dimensione la fatica, specie in rapporto al guadagno, diventa poco o nulla sopportabile, rapporto che rende indispensabile il suo riconoscimento, che si bea di frasi come «era tempo non sentivo questi sapori, me ne ero quasi dimenticato». Altrettanto facile capire quanto queste realtà hanno bisogno di un nostro scegliere, magari spendendo, quando possibile, non denaro in più ma solo un poco di ragionato tempo.

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P.S.: non troverete immagini di Lorenzo, con me un iPad, ne ho alcune ma sono stato cortesemente diffidato dal pubblicarle, preferendo mostrarsi attraverso il frutto del suo quotidiano fare.

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