Silvano Samaroli, scompare l’Uomo nella Bottiglia.

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«Un ritratto non è altro che l’immagine di uno spirito riflessa nello specchio di un altro spirito»  G.Meredith

Rimbalza veloce, è la cifra dei nostri tempi, la notizia della scomparsa di Silvano Samaroli (lascio ai tanti articoli dedicati la cronaca) a soli 77 anni, la data quella del 17 febbraio 2017. Uno studioso della cabala leggerebbe senza dubbio qualcosa in quel ripetersi del 7: « Collegato molto spesso alla spiritualità, il numero 7 ha, in realtà, molte altre caratteristiche quali l’intuizione, la capacità di fondere magia e realtà, la capacità di realizzare il magico nel quotidiano». Non mi annovero certo tra questi ultimi ma la tentazione di legare queste parole ad alcuni tratti del suo modo d’essere è indubbia, non mi annovero nemmeno tra chi ha avuto il piacere di conoscerlo a fondo e frequentarlo a lungo, certo che di quei pochi incontri avuti conservo netto il ricordo.

La prima volta che ho sentito il suo nome è stato negli spazi dell’enoteca Creminati, ancora lì il primo ricordo. Primi del 2000, faceva scalpore tra gli appassionati una serie di botti di Calvados cariche di anni, decine e decine, ritrovate da un giovane rampollo nelle cantine paterne e prontamente imbottigliate per essere vendute a peso d’oro. Era uno degli argomenti preferiti del momento tra gli appassionati di quel distillato e tra chi, di là passione, aveva ricchi portafogli. «Cosa ne pensa Mac Adden di questo distillato? Ne ha provato un’annata?» Casualmente sì, la cosa m’inorgogliva un poco, il merito a Claudio Zilioli che alla fine di una cena nella sua casa di allora me l’aveva offerto. «Beh, mi pare un poco slegato, come se la parte alcolica, il corpo, avessero deciso che ormai da troppo tempo convivono con i profumi, i sapori… Ha perso vigore ma ha indubbio fascino, un poco come un’anziana signora», mi sorrise per poi dire guardandomi negli occhi «Posso convenirne ma, mi scusi, lei andrebbe a letto con un’anziana signora?».

Lo ritrovai nel 2003, occasione un pezzo per La Dolce Vita, utopica avventura editoriale dalla grafica curatissima. A scriverlo Silvia Valentini, io a contattare Silvano Samaroli e organizzare l’incontro. Confesso di essere andato a ripescare quella copia da cui ho tratto una delle belle fotografie di Dario Piacentini, firma che aggiungeva tanto valore ai nostri scritti. Credo Silvia sia tornata da quell’incontro con un approccio totalmente mutato nei confronti del whisky e un poco affascinata da quell’incredibile interprete «… ricevo l’ultimo sorso di Acqua di vita: un Ardbeg fool proof del ’91. Il primo impatto è violento, l’alcol sale alle narici e al cervello con rapidità sorprendente, sono come anestetizzata, poi lentamente sorge un forte sentore di affumicato e di amarognolo, e qualcosa di marino mi viene alla memoria… Sul finale un breve soffio di fumo.»

In quell’intervista confessò di essere un poco stanco e di avere messo in vendita la sua realtà: «Non voglio più essere l’uomo whisky. A volte ho incubi tremendi e sogno di essere rinchiuso in una bottiglia». Poi il tutto si fece dialogo, ascolto, scambio di emozioni e sensazioni. Se io, se noi, curiosi e appassionati, addetti ai lavori e dilettanti, sappiamo qualcosa in più, qualcosa di diverso, sul mondo dei distillati, rum e whisky in particolare lo dobbiamo a lui, «Bolognese di origini, bresciano di adozione, da quel lontano 1968 quando il padre, pilota sottoufficiale dell’Aeronautica Militare, venne trasferito a Ghedi», portatore all’inizio, usando ancora le cesellate parole di Silvia, di «Un’insofferenza che lo rende inquieto, spiccio, a tratti spigoloso come un vero scozzese». Di tanto in tanto nei nostri rari incontri mi diceva, unendo sottile ironia e sincera immediatezza: «Se avessi avuto il suo cognome sarei stato subito più credibile, più ascoltato, avrei evitato le difficoltà dei primi tempi, quando giravo con una bottiglia campione in mano per convincere all’assaggio i miei interlocutori e potenziali clienti»

Grazie per quanto abbiamo imparato, la ricorderemo,  non parlo di nomi, di etichette – le curava personalmente – ma di un approccio del tutto personale e ineguagliabile al mondo del gusto.

I testi citati di Silvia Valentini sono tratti, come parte del titolo e la citazione di George Meredith, da L’uomo nella bottiglia, articolo apparso nel numero 2 de La Dolce Vita – Vivere bene a Brescia Novembre/Dicembre 2003. La fotografia, qui scansionata e me ne scuso ma non ho più trovato altri supporti, di Dario Piacentini

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