Tra osterie e robot

Sarà capitato anche a voi… Scorrendo le decine di titoli che in pochi secondi si susseguono sulle liste dei social media di trovare, dettate dal caso, delle combinazioni capaci di catturare l’attenzione per la loro dissonanza o, ma è la stessa cosa, per la loro concordanza. Talvolta tragiche, altre comiche, sono uno dei tanti segni di questa pletora d’informazioni che ci bersaglia implacabile. Stamane su Twitter, senza soluzioni di continuità, due articoli, il primo dal blog di Luciano Pignataro – Osterie e trattorie stanno lentamente morendo uccise dalle pizzerie e io non voglio essere complice di questa cosa, tacendola di Marco Contursi – il secondo dalla sezione The Food makers di StartupItalia! – Flippy, il robot-burger che potrebbe rivoluzionare i fast-food di Simone Cosini -.

La Villetta

In questo caso la dissonanza, due tipologie di ristorazione che portano indietro nel tempo, l’osteria, la trattoria, la tecnologia che pare rendere obsoleta la presenza umana, in un non luogo secondo la definizione di George Ritzer, come il fast-food, appare subito seguita dalla concordanza, perché in entrambi i futuri prospettati c’è la scomparsa, più o meno rapida, di qualcosa. Ed appare persino possibile trovare alcuni contatti in quel senso di eliminazione, pensiamo alle osterie, mi rifaccio a dei concetti riletti da poco nella presentazione della guida alle Osterie d’Italia ed. Slow Food: «cucina, alla quale chiediamo di essere buona, tradizionale, capace di raccontare il contesto in cui viene proposta e preparata con materie prime (quando possibile) locali e prodotte in modo sostenibile. … Infine l’accoglienza, che di tutti è probabilmente il carattere più fortemente distintivo dell’osteria. Accoglienza che vogliamo calda e familiare, capace di narrare i prodotti e i piatti senza essere didattica o ingessata, ma soprattutto autentica, come solo quella di chi fa un lavoro così duro con passione può essere» e poi ai fast-food che sì rappresentano un nuovo luogo di aggregazione ma con caratteristiche ben diverse. Nel post dedicato all’automatizzazione di alcuni processi in cucina si legge « … secondo Zito (David Zito, capo della Miso Robotics) robot come Flippy daranno l’opportunità a chi lavora in cucina di avere un rapporto più diretto con i clienti e in generale con chi è in sala, ora senza entrare nel complesso dibattito sul futuro della forza lavoro umana permettetemi di essere un poco scettico sul riversarsi di chi lavora (chi lavorerà?) in quelle cucine nelle sale a dialogare con i clienti presentando e disquisendo sugli hamburger e sulle loro caratteristiche.

Flippy

Come sempre accade in questi casi la sensazione di essere un sauro preistorico mi assale devastante, confortata (o sconfortata) da tanti segnali. Ed è sconsolante per chi come residuo passatempo cerca di scrivere di produttori, cibo, prendere atto di una ben percepibile schizofrenia: da un lato si continua a scrivere, ancor più a mostrare volti, performance di grandi cuochi divenuti star, testimonial di se stessi e d’altro, imperversano reality, show cooking, dall’altro si fa fatica a trovare osterie, trattorie che rappresentino, stimolino i territori in cui sono collocate. Più facile trovare una pizza gourmet (e su alcune avrei qualcosa da dire…) che un buon pane fatto da un bravo panificatore, accompagnato da un degno salame e abbinato a un bel bicchiere di rosso che pulisca la bocca e invogli ad un altro boccone. Quanti bresciani sanno cos’è la Bariloca o il Riso alla pitocca, quanti conoscono il Cuz o lo Strachì parat e credetemi non c’è intenzione alcuna di fare delle vuota archeologia alimentare ma porre l’attenzione su piatti che potrebbero rilanciare alcune produzioni: animali da cortile ben nutriti e allevati, razze ovine, formaggi che rischiano ogni giorno di scomparire (Antonella un pensiero a te e ancora grazie per la bella chiacchierata) o diventare pallidi surrogati, esangue imitazione di ciò che erano. Nessuno sano di mente, credo, vorrebbe visitare un luogo attirato dallo stesso cibo, dalle stesse bevande che può consumare pressoché in ogni parte del globo e se questo può essere in qualche occasione rassicurante, ancora di salvataggio, possiede lo stesso fascino di un fiore di plastica banalmente colorato.

So che Maurizio Rossi ha cara quell’immagine, spero la ritenga un omaggio al lavoro e alla passione dell’intera famiglia e non si dispiaccia del suo utilizzo in questo contesto, prelevata dalle belle fotografie che Dario Piacentini aveva realizzato per La Dolce Vita – Vivere bene a Brescia. La seconda proviene dalla rete. Resto sempre a disposizione per eventuali rimozioni e sostituzioni.

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