Insieme alla scoperta dei sapori bresciani

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Niente nomi, dovrei menzionarli tutti e probabilmente ne dimenticherei qualcuno, nemmeno classifiche o punteggi che pur traducendo doti e attitudini non renderebbero il senso corale di questo percorso: Tecniche di progettazione e realizzazione di processi artigianali e di trasformazione agroalimentare con produzioni tipiche del territorio e della tradizione enogastronomica. Che uno deve prendere fiato prima di avventurarsi nella lettura del nome, ma si sa, questa è la burocrazia, abile come poche altre manifestazioni umane a rendere complicate anche le cose più facili. Come lo si voglia chiamare giovedì scorso, 20 luglio, sono state sedici le figure che hanno superato il corso e acquisito la relativa qualifica, naturalmente territorio e tradizione erano i nostri… Un poco meno naturalmente, neppure tanto via, io c’ero.

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Mio era il modulo P.A.T.: Prodotti tipici del comparto agroalimentare bresciano, mio è stato il piacere di condividere, non trovo termine più felice, quel poco/tanto che nel corso degli anni ho appreso sull’argomento leggendo, studiando, percorrendo la nostra provincia in lungo e in largo, alla ricerca di chi ostinatamente produce formaggi, salumi, farine, coltiva viti, olivi, ortaggi… Spesso con marginalità risicate, nel miglior modo possibile, ché in altro modo non sanno, ottenendo risultati talvolta grandiosi. Come alunni, lo so, suona strano, una ventina tra ragazze e ragazzi dai 19 ai 28 anni. Ben 600 ore l’intero corso diviso in tante materie: si spaziava dalla Grafica digital, alla Legislazione del comparto agroalimentare, dal Marketing applicato ai prodotti di qualità alla Tecnologia alimentare, dalla Tecnica di cucina alla Sicurezza sul lavoro, dall’Analisi sensoriale ad Elementi di tecnica brassicola (questo corso l’ho rinominato io…) in più Enologia, Inglese, Tedesco e non proseguo.

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Le materie erano davvero tante, come tante le ore, fortuna che io mi occupavo di una delle più discorsive, si poteva spaziare, divagare, fare collegamenti… Primo impatto lo scoprire che non pochi dei prodotti da me citati o erano del tutto sconosciuti o ne conoscevano il solo nome, senza poter collegare quell’insieme di sensazioni tattili e organolettiche che li caratterizzano. Fatulì, slinzega, bergna, raperonzoli, silene, Silter, mais nero rostrato, mais rosso rostrato, Biancoperla… Pozzolengo e il suo zafferano, la patata di Monno, i vini della Valtènesi, quelli di Botticino, quelli dimenticati di Cellatica, la Valcamonica che un po’ di anni fa aveva più superficie vitata dell’attuale Franciacorta, la Rete franciacortina, il salame nel grasso di Berlingo, quella in punta di coltello di Montisola, gli strinù camuni, il misto… Il pane di segale, quello di monococco, i violini di agnello, il Tombea, Il Nostrano Valtrompia, i Presidi Slow Food della provincia – Sarde secche di Montisola, Il Miele Millefiori d’alta montagna e il Rododendro, Il Bagòss -. Anche qui potrei continuare sino a correre il rischio di tediare il lettore.

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Eppure non si sono stancati, non ho mai dovuto alzare la voce per ridurre a zero un fisiologico brusio che compariva solo raramente, ho trovato attenzione, tanta, la rara merce del rispetto, più di un sorriso, più di un riconoscimento. Ce ne vorrebbero di corsi come questo, perfettibile, migliorabile, ci mancherebbe, ma già degno di nota, lama lucente a fendere le nebbie di cui paiono avvolte le innumerevoli sorprese che la produzione agroalimentare bresciana ci riserva. Nebbie che non risparmiamo molti, troppi, addetti ai lavori della ristorazione. Certo, pur non poche, le ore non possono essere esaustive, completare una formazione – dopo sono arrivate le 400 dedicate all’incontro con il mondo del lavoro – ma incuriosire, dare una base, gettare uno sguardo tra i quasi infiniti collegamenti possibili, questo sì. Ed è operazione a mio avviso doverosa in una provincia tra le più ricche sotto questo aspetto, dove produzione e ristorazione potrebbero creare intrecci, sostenersi a vicenda, comunicare parallelamente.

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Leggiamo spesso, troppo spesso, di Neet – Not in Education, Employment or Training -, di ragazzi che non hanno interesse alcuno, nessuno o poca dimensione progettuale, qui noi adulti dovremmo guardarci e chiederci cosa abbiamo fatto per loro, poco entusiasmo e vitalità. Consiglierei, se fosse possibile a tutti, un’esperienza come quella che ho avuto la fortuna di fare, suggerirei di parlare di più con loro, vincendo magari qualche diffidenza e ritrosia, di ascoltarli di pretendere e dare rapporti basati sulla reciprocità dell’impegno. E dei sentimenti chiari, puliti, aperti, cosa di cui tendiamo clamorosamente a dimenticarcene o vergognarcene.

Un mio sincero grazie, unito a un altrettanto sincero «Bravi!» a tutti i partecipanti del corso IFTS 2017 Promozione e valorizzazione dei prodotti tipici bresciani, alle coordinatrici dei CFP Canossa e Zanardelli, ai «colleghi» docenti, molti dei quali già conosciuti in altri ambiti e situazioni e piacevolmente re-incontrati, con l’augurio per tutti che questo corso sia stato gratificante quanto lo è stato per me. Le immagini provengono dalla pagina Facebook del CFP Canossa e mostrano la serata trascorsa insieme dopo la prova pratica: non ho nomi del/i fotografo/i ma sarei lieto di citarli conoscendoli. Un grazie particolare ai componenti della Commissione d’esame, Presidente in primis…

2 commenti Aggiungi il tuo

  1. Stefano ha detto:

    Ciao Carlos, felice di leggere di questa tua esperienza che si è chiusa alla grande. È stato un piacere aver visto questi ragazzi interessati ai salumi che gli ho presentato nel corso del loro cammino di formazione. Buona serata.
    Stefano Sacchi.

    1. Carlos Mac Adden ha detto:

      Grazie Stefano, anche tu sei stato parte integrante del loro percorso, grazie due volte.

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