Otto anni

Eight

Otto anni… Word Press m’informa che tanto è trascorso dalla mia iscrizione ad una delle più note piattaforme software di «personal publishing» ed esattamente il 4 giugno 2010 alle 21.21 mettevo online il primo post: MadeinBrescia – Introduzione, contenente una sorta di ambizioso decalogo sull’attività e i fini del blog. Rimasto solo, niente di tragico eravamo semplicemente in tre (vedi sotto), per una defezione e la chiusura del «mio» mitico Scultore, ho cercato con fasi alterni di tenerlo in vita e, forse i primi segni di una demenza a cavallo tra il senile e il presenile, da qualche giorno mi è parso sbagliato lasciarlo morire così, lentamente, d’inedia…

Siamo rimasti in tre,

tre somari e tre briganti,

sulla strada longa longa di Girgenti.

Sì, ma se stasera,

se incontriamo la corriera,

uno balza sull’arcione,

uno acciuffa il postiglione,

due sorvegliano di fuori,

uno spoglia i viaggiatori

e ce ne andiam.

Ma se siamo tre,

tre somari e tre briganti,

solo tre.

Ah, ah, ah! Ah, ah, ahi, ahi!

(Parlato): Ie’ non ti preoccupare Dragonera,

che noi, tre siamo,

ma cose mirabolabili possiamo fare…

Siamo i padroni del mondo!

Otto anni insomma, anzi ochos años come giustamente lamentava il comandante Raimundo Navarro, lui sin muchachas io senza ricambi e sostegni – se escludo, grazie davvero, gli apporti fotografici avuti in passato per non pochi post da Cristian Penocchio – così da rendere davvero significative le parole, le illusioni dei tre briganti, di cui ricordo l’interpretazione di Domenico Modugno (mascherare la mia età è ormai impresa altrettanto disperata). Otto anni densi di avvenimenti che hanno visto il cibo, la cucina e i suoi interpreti in particolare, dilagare per ogni dove, sino, credo che il punto di rottura non sia troppo lontano, ad ingenerare nel sottoscritto un leggero, quasi impalpabile senso di nausea di fronte alla tante trasmissioni televisive.

Ma per fortuna o sfortuna, dipende da dove ci si pone a guardare il tutto, si parla ancora troppo poco di materie prime, come se cuochi, chef, osti ne potessero bellamente fare a meno. Quante volte nella pletora di reality dedicati al cibo ci si sofferma a dedicare qualche parola a provenienza, metodi di coltivazione o allevamento, luoghi… Di ciò che loro (e anche noi) elaboreranno, renderanno non solo commestibile ma anche piacevole, capace di strappare gridolini d’entusiasmo e cliccare di macchine fotografiche o di più democratici, prendiamone atto, smartphone.  I produttori, tranne rarissimi casi, difficilmente assurgono al ruolo di star: non fanno audience, non vengono  utilizzati per il clickbait, ma senza di loro, specie di quelli bravi, crollerebbe di botto il castello dell’enogastronomia.

Otto anni si diceva, durante i quali molte cose sono cambiate  compreso, ma è del tutto logico, il rapporto con il cibo della nostra società, sono comparsi i rider, carichi di pizze, patatine, insalate, hamburger o piatti più ricercati, costretti a pedalare per pochi euro sgusciando nel traffico, meta le tante case, i tanti giovani che sembrano trovare estremamente allettante il rinunciare alla convivialità di un luogo della ristorazione, il fare a meno dei propri simili intenti allo stesso rito (ché se riduciamo l’umano nutrirsi ad ingollare calorie ben vengano le fantascientifiche pillole nutritive). L’online pare essere il riferimento, ed ecco il fiorire di prodotti d’ogni tipo e specie offerti sempre tramite il Web, come sempre ci sono i bravi e i meno bravi, i veri selezionatori e gl’improvvisati, solo che qui possiamo rendercene conto aprendo il pacco già arrivato a destinazione.

C’è stato un fiorire, in questo lasso di tempo, di critici gastronomici, di re-censori come li definisco nei miei profili social, sotto la predominante insegna del «Io posso, io so, io voglio, io pretendo, io capisco» in un vortice turbinante di egocentrismo e autoreferenzialità, tranne che per il nome, celato nella quasi totalità dei casi in un evidente paradosso sostanziale. Pare, ma diciamolo con estrema prudenza, che qualche crepa inizi ad evidenziarsi in alcuni portali specializzati, resi poco credibili dagli eccessi degli stessi attori, posti sui due fronti della barricata.

No_TripAdvisor

Otto anni di sbornie all’insegna del km 0 senza se e senza ma, sia pure con l’aiuto del cash and carry più vicino, ché dopo sei giorni di lavoro, detto senza ironia alcuna, non è certo facile trovare la voglia, il tempo, l’entusiasmo, per girare la propria provincia, il proprio territorio, alla ricerca di quella farina, di quel formaggio, di quel vino o di quella verdura.  Nascono progetti su progetti, finalmente ci si accorge di quanto la rete, ché di per se non è né bella né brutta a priori ma dipende da come la si utilizza e frequenta, farlo senza conoscenza o senso critico resta inutile quando non dannoso. Sarei ipocrita se tacessi che il tutto ha tentato anche il sottoscritto, disponibile a spiegarne ampiamente i motivi, tentazione concretizzata  nell’ideazione di Cibo di Mezzo, progetto che cerca di raccogliere il buono ed eliminare il meno buono delle iniziative che l’hanno preceduto, senza per questo  non presentare tratti affatto originali.

km_0.jpg

Pare di conseguenza assistere a una ripresa dell’interesse verso il territorio vissuto senza integralismi e con maggiore concretezza, anche se tanti problemi permangono, con la rinascita di locali come le trattorie, quelle illuminate intendo, dove si è finalmente capito che non è con la panoplia di attrezzi agricoli o provenienti da vecchie cucine, che si risolve il tutto. e alcuni dei ristoranti «importanti» hanno capito il rischio di cadere in quella che definisco «omologazione verso l’alto», fatta di agnelli pré- salé o di vaca vieja galiziana, di generici pata negra o d’invasive acciughe del Cantabrico. Tutto questo stando attenti a non cadere nell’opposto eccesso, personalmente ho sempre diffidato degli integralisti e dei talebani, indipendentemente da quale sponda provenissero e l’autarchico «cialdino» mi ha ogni volta strappato un sorriso amaro.

Le_parole_autarchiche

Otto anni, lo «Scultore» ha visto alterne gestioni che, permettetemi dirlo, sono state, ciascuna con le proprie caratteristiche, lontane millanta miglia da quello che era e che sarebbe potuto diventare quel primo irripetibile luogo. Siamo invecchiati, inutile negarlo, lo dico per me e per Federico Bellagente: Le cose cambiano, lo avvertiamo oltre che nei fisici appesantiti nello scambiarci telefonate e incontri dove affiora, talvolta malcelato, il sentirci un poco dinosauri, animali in via di estinzione. Ci consoliamo con qualche buon formaggio, qualche salume interessante, qualche bottiglia meritevole d’essere stappata: in questo riusciamo ancora a coinvolgere altri, magari con un Gin Tonic finale, perché chi l’ha mai detto che ignoriamo tout court mode e tendenze quando ne vale la pena?

02 lo scultore

Resta a me l’illusoria consolazione delle parole scritte e non che ormai, sempre nel bene e nel male, sono parte di me, uno dei modi in cui m’interfaccio ai miei simili e che talvolta trovano un sorriso o un’approvazione. E se qualcuno ha qualcosa d’interessante da dire, le tematiche penso siano note, questi spazi sono sempre a disposizione. Con sincero affetto.

Un commento Aggiungi il tuo

  1. mimmocortese ha detto:

    Caro Carlos,
    le parole buone restano sempre, quelle cattive, inutili ed ottuse a volte sembrano travolgerci, come la schiuma rabbiosa del mare in tempesta. Ma lo sanno tutti, anche i bambini, della schiuma non resta nulla, svanisce in un momento.
    Le parole sono una parte fondamentale della nostra essenza di uomini e di donne.
    Grazie quindi per le tue buone parole, parole serie, parole significative.
    Un caro saluto
    MM

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