Recensisco anch’io? No, tu no.

crìtica s. f. [dal gr. κριτική (τέχνη) «arte del giudicare», femm. sostantivato dell’agg. κριτικός: v. critico1]. – 1. a. Facoltà intellettuale che rende capaci di esaminare e valutare gli uomini nel loro operato e il risultato o i risultati della loro attività per scegliere, selezionare, distinguere il vero dal falso, il certo dal probabile, il bello dal meno bello o dal brutto, il buono dal cattivo o dal meno buono, ecc.: …

Dal vocabolario Treccani online

 

«Ci studiano dai vetri delle cucine, dentro ai grembiuli color vinaccia, dietro i sorrisi indossati come una divisa un attimo prima della messa in scena.

Ristoratori e cuochi, camerieri e osti giudicano i loro ospiti, come noi facciamo con loro. E se è vero che, per statuto onorario, noi clienti abbiamo sempre ragione, è verissimo che spesso ci cuciamo addosso più di qualche torto.

La differenza sta tutta nei limiti dei ruoli. Se un piatto non ci aggrada, noi possiamo alzare la voce in sala o sfogare il nostro scontento timbrandolo sulle pagine di un blog o di un forum. Osti e chef, invece, non hanno modo di ricusare un cliente. Né di recensirlo la sera stessa, scrivendo pubblici commenti sui social:

“Duole registrare un vistoso calo di rendimento del ragionier Cavenago con Cambiago e signora al tavolo 5. Banali e risicate le ordinazioni. Sorrisi col contagocce. Un uso decisamente improprio del tovagliolo. Quanto alla pulizia, non parliamone nemmeno”.»

V.M.  Visintin

 

Lui è Valerio Massimo Visintin, il critico mascherato, curatore del blog Mangiare a Milano sul Corriere della Sera, scrittore – Osti sull’orlo di una crisi di nervi, Cuochi sull’orlo di una crisi di nervi, entrambi un Viaggio in incognito fra tic e manie della ristorazione italiana, l’appuntamento annuale con PappaMilano… – ma, soprattutto, persona che ha fatto delle proprie convinzioni ferreo stile di vita, tanto ferreo da indossarlo come sorta d’impenetrabile divisa, indifferente alle condizioni meteorologiche. Posso dire di averlo conosciuto, per quanto si possa dire di conoscere un cappello, un soprabito in pelle, mezzi guanti, passamontagna… Il tutto rigorosamente nero esistenzialista. Posso scrivere che, di tanto in tanto, dialoghiamo servendoci entrambi di una tastiera e di avere scoperto una persona simpatica, con un grande sense of humor e le idee, dal suo punto di vista, assolutamente chiare.

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Alla luce di tutto ciò non poteva di certo sfuggirmi quanto sopra riportato, apparso sulla sua pagina Facebook ieri, 21 maggio. Non è mai stato tenero, Valerio nelle recensioni, con i ristoratori (neppure con le guide se vogliamo essere precisi), rei in particolare a suo avviso di avere dismesso i classici panni per vestire, di volta in volta, quelli di filosofi, maitre a penser, intellettuali, influencer… Ma ancor prima di non fare, nei propri locali, quello che la maggior parte di noi si aspetta: cucinare piatti buoni, presentati piacevolmente – senza orpelli e deliri grafici -, alla giusta temperatura, in quantità corrette e con il piacere finale di un corretto costo.

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La persona adatta dunque, per riflettere serenamente su quanto da lui scritto, per poi affermare con altrettanta serenità che sì, sono assolutamente d’accordo, pur provenendo da un pensiero un poco diverso dal suo, più incline a prendere le parti del ristoratore pur riconoscendo che ne esistono non pochi da evitare con cura. Un particolare che fa pendere l’ago della bilancia dalla loro parte è quello descritto da Valerio, ossia la quasi impossibilità di potere dar voce alle proprie di rimostranze, dalla crescente inciviltà dei no-show che qui prendono la forma del tavolo prenotato e disertato senza avviso alcuno, con il contorno delle telefonate a vuoto da parte dell’esercente, alle centomila allergie, magari preavvisando all’ultimo momento (cortesemente: non sto parlando delle persone serie con seri problemi) e costringendo a slalom vertiginosi le cucine per poi concludere con un «ah no, questo me lo concedo, sa un dolcetto…», dalle richieste di cambi (mitica le scena in Harry ti presento Sally) allo sfoggio di presunte competenze enogastronomiche fatte di luoghi comuni o di scarni e imparaticci concetti. Su tutto un autoriferimento da manuale, come se il nostro – il loro – fosse l’umbilico del mondo.

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D’altro? La forza dell’anonimato, non quello «visintiniano», di portali più o meno compiacenti e compiaciuti, di social media usati più a sproposito che a proposito, di propri blog, l’utilizzo di un linguaggio spesso grammaticalmente scorretto, sarebbe il meno, ma ancor più, violento, talvolta scurrile, piegato all’esigenza di raccontare una propria visione, non di rado funzionale a fini poco corretti. E anche nel caso di un utilizzo assolutamente personale e senza secondi fini, dimenticandosi del peso, dell’effetto di parole scritte in un particolare momento. So bene che queste mie righe, ammesso vengano lette, non sortiranno effetto alcuno nei confronti di quella genìa di recensori (o re-censori come mi diletto a scrivere), spero tuttavia possano servire a suscitare qualche pensiero in altre figure, magari solo compiacenti nei confronti della fastidiosa logorrèa enogastronomica che impazza ai nostri giorni, meditando, perché no? Sul sempre valido  Manifesto della comunicazione non ostile.

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L’immagine che mi ritrae durante l’intervista (2016) a V.M. Visintin per la presentazione del suo Cuochi sull’orlo di una crisi di nervi proviene dalla pagina Facebook di Librixia. Resto a disposizione per qualsiasi richiesta.

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