Vittorio Fusari, ritratto in bianco e nero

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Ho smesso da anni di fantasticare su come un nuovo anno può palesarsi, dare le prime notizie di sé, certo non avrei mai immaginato si aprisse con un lutto inaspettato, anche alla luce delle poche notizie che via via si sono succedute nel corso della giornata: un primo messaggio da parte di un amico, i primi pezzi sulla stampa locale, la loro rimozione per essere sostituiti da altri con notizie meno lapidarie. Il dubbio che dura meno di una manciata di ore. Poi un nuovo messaggio che annuncia, senza incertezze o dubbi, la scomparsa di Vittorio Fusari.

Chi di «mestiere» fa il giornalista probabilmente riesce a staccare, a dividere le proprie sensazioni dal dovere di fare cronaca, di parlare dell’accaduto, in questo caso chi, quando, come, aggiungendo poi, in ambito lombardo pochi a non conoscerlo personalmente, incontri, frasi, ricordi, letture… Io ammetto sin da subito, sono solo uno che scrive, un tempo per diletto, ora per dipendenza ancor prima che per abitudine, che queste righe sono principalmente per me, di là dal sincero dolore, dallo sgomento che provo per l’inaspettata morte di Vittorio.

Scrivo per i miei ricordi, che scopro, meglio, che riscopro, legati più di quanto credessi alla sua storia. La prima volta in via Mirolte a Iseo negli spazi del Volto, quando avvicinandomi alla «cucina» dove lui era indaffarato ai fornelli, mi chiesi come si potesse non dico proporre dei piatti come i Tagliolini al pesce di lago ma semplicemente cucinare qualsiasi cosa in quegli spazi. Poi ancora al Volto, una sera in cui con dei contatti spagnoli, come passa il tempo, si cenava bevendo una bottiglia di Maurizio Zanella di buona annata e da un tavolo vicino riuscii a sentire la voce di Antonio Santini, Dal Pescatore, dire a Zanella: «Guarda, a quel tavolo stanno bevendo il tuo vino…». O un’altra sera dove il nostro vociare, compagnia di giovani universitari, fu poco gradito da una coppia in cerca di maggiore intimità. Ci rincuorò e giustificò Mario Archetti: «Ragazzi non preoccupatevi, questa è un’Osteria!»

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Lo ritrovai alle Maschere, sempre Iseo, sempre via Mirolte, anzi un suo vicolo, a pochi metri dal precedente locale,  essenziale l’ambiente, forse troppo per quei tempi: l’idea di Vittorio, condivisa da Roberto Gozzini in sala, era che tutta l’attenzione del cliente doveva concentrarsi sul piatto, senza distrazioni. Pensate alla reazione di molti bresciani più o meno abbienti… Io ci provai, mi piacque, ci portai degli amici, delle allora amiche, ricordo bene il commento di una compagna di studi alla fine di una serata conclusa, ne sarebbero trascorse altre, con Vittorio al tavolo, un bicchiere di Franciacorta in mano, tante parole, tanti ragionamenti: «Non credevo che un cuoco potesse essere così particolare, colto, interessante…», altri tempi certo, ma ricordo altrettanto bene cosa risposi «Come avresti potuto mangiare così se non lo fosse?».

Alle Maschere serate felici, stupende, alle Maschere serate amare, disperate. Non certo per demerito di Vittorio, l’ultima volta a cena con una persona con cui vissi per anni, oppure quando mi consegnò personalmente una busta al tavolo: «Sapevo saresti venuto, così non te l’ho spedita». Apertala scoprii che le Maschere, il sogno, chiudeva dopo poco e per sempre. Non ho voglia di parlare di piatti ma uno, uno sì devo citarlo, resta indelebile nella mia personale cassettiera dei sapori, dei profumi, delle consistenze, là in alto ai primi posti: Il Piccione laccato con il tortino di riso integrale alle sue interiora.

Tornato al Volto una sera lo ripropose, non era lo stesso, si scusò, lo porto via e ci offrì un altro piatto. Tra le  memorie legate al locale in cui lo conobbi, dopo il suo ritorno,  Elisabetta alle ultime settimane di gravidanza con un bellissimo pancione: di lì a poco sarebbe nata Alessia.

Ultima tappa in terra bresciana: la Dispensa Pani e vini, i miei incontri successivi più sporadici, la sera della cena di saluto a Gualtiero Marchesi che lasciava l’Albereta, un’intervista negli spazi della Dispensa, una cena a parlare di Rete franciacortina e  progetti di filiera, una mezza giornata trascorsa insieme a Montisola per «giudicarne» i salami in concorso, un incontro con Laura Castelletti per scambiare due parole sulla ristorazione del centro cittadino, poco prima del suo approdo al Balzer di Bergamo. In tutte le occasioni una delle persone che ho davvero ascoltato sempre con piacere, anche quando mi pareva utopico o non condividevo integralmente quanto da lui detto. Una delle persone per cui spendo volentieri il termine «unico». So che altri  ne hanno conosciuto diversi tratti e momenti, per me Vittorio è stato garbo, gentilezza, intelligenza, sottile ironia, cultura. Non ho volontà o ragione alcuna per modificarne il ricordo: Addio Vittorio, che la terra ti sia lieve come io ti ho vissuto, lieve e intensa come il guizzo dei tuoi occhi o il taglio del tuo sorriso.

I due ritratti in bianco e nero, che hanno dato, in gran parte, il titolo al post sono cortesia oltremodo gradita e apprezzata di Nik Barte che, come sa chi lo conosce, raramente volge il suo obbiettivo ai volti. Doppiamente grazie Nik.

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