Lasciamo ad altri quello che dovremmo fare per primi (O della Val Camonica disconosciuta)

«… nemo propheta acceptus est in patria sua…»                                                                                                                         Luca 4, 24

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In questi giorni le prime copie del nuovo numero di AB Atlante Bresciano, siamo giunti al 141, dedicato in gran parte alla Val Camonica dei Sapori, iniziano il loro diffondersi nelle edicole della provincia o attraverso gli acquisti sul sito di Grafo e l’invio della rivista agli abbonati. Confesso che la mia attenzione per questa uscita, anche se non è certo la prima volta che la rivista va ad infoltire la caotica raccolta di pubblicazioni dedicate al nostro territorio, in lotta quotidiana con spazio e polvere nelle non poche stanze in cui le dissemino con raccapriccio di mia moglie Elisabetta, è dovuta al fatto che buona parte dei pezzi presenti, raccolti nella sezione Paesaggi e Culture sotto il titolo Assaggi di una marcata identità montana, sono a mia firma.

Non l’avrei mai pensato, scorrendo, scritti e immagini del primo numero, apparso nel 1984, o quello, monografico, del 1999 dedicato a Sapori e storie della cucina bresciana con i pezzi a cura di Marino Marini e un indirizzario in cui compariva quell’incredibile negozio in via Crocefissa di Rosa, gestito da una ragazza francese dolcissima, ebbe, l’attività, breve vita, ma ho nitide le immagini di variegati vassoi di formaggi con ognuna delle porzioni che li componevano corredata da una bandierina con il nome… Che in futuro un numero avrebbe visto la mia collaborazione, per di più su argomenti e luoghi che ho particolarmente cari. Nel 2015, l’anno dell’Expo a Milano, ho fatto parte del Comitato tecnico-scientifico del progetto Cam-on eat, di «comunicazione e marketing territoriale promosso dal Distretto Culturale Comunità Montana di Valle Camonica», nel 2019 del gruppo di lavoro creato sempre dal Distretto Culturale per capire «cosa è cambiato e cosa resiste nelle osterie rimaste in Valle Camonica, come questo patrimonio di cultura e socialità si è evoluto nel tempo e quali sono le caratteristiche delle osterie di oggi», sotto il titolo Osteria, che posto!

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Le reazioni iniziali paiono essere del tutto positive, e questo indubbiamente gratifica, ma allo stesso tempo gettano una luce a volte impietosa su alcuni tratti, su alcuni atteggiamenti di realtà camune che paiono essere impermeabili, di non voler capire o di seguire una visione ristretta, parziale, della realtà e delle potenzialità valligiane. Prendiamo l’attuale movimento vitivinicolo della Valle, che nel corso degli ultimi 10-15 anni ha fatto passi da gigante sia nella qualità che nella varietà della proposta enoica (e in questo caso l’assonanza, la quasi coincidenza fatta salva una consonante, con la parola eroica pare non essere casuale). La comparsa e la successiva diffusione di Metodi Classici camuni, sempre più interessanti anche per l’inconfutabile variazione climatica in atto, la progressiva valorizzazione di vitigni come il Riesling tra quelli a bacca bianca, o l’utilizzo di varietà autoctone, il sottrarsi dei vini rossi a stereotipi che vedevano unicamente soggetti esili, magri, con spiccate acidità, senza per questo rinunciare a quanto di positivo terreno e quota possono assicurare, l’interesse per nuove possibilità come quelle offerte dai vitigni PIWI, sono in grado di collocare la Val Camonica nelle zone con maggiori margini di sviluppo nella nostra provincia. (Non perdetevi, scopo manifesto di questo post è anche invitare all’acquisto del numero invernale di AB, il pezzo Con industria et fatica grande di Oliviero Franzoni, autore dell’interessantissimo Una terra di vigneti scolpiti nel vivo sasso Per la storia della viticoltura in Valle Camonica edito nel 2006 dall’Associazione Al Torcol)

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Chi pare non aver ancora compreso questo sviluppo e le sue potenzialità è, quasi paradossalmente, una parte della ristorazione camuna, persa tra frasi che si ripetono come disfattista mantra: «Nessuno ci chiede i vini camuni», «Costano troppo, non si possono vendere», «I vini camuni? Non sono buoni, io tengo da una vita i vini del Garda», «A me chiedono per lo più il Nero d’Avola…». Vi assicuro che nessuna di queste espressioni è frutto della mia fantasia, posso semplicemente aver dimenticato una  parola o cambiato leggermente  un’altra. Così arriviamo alla, per me, dolorosa incongruenza di liste dei vini senza una etichetta locale, o al massimo con la presenza, quasi obbligo, di due o tre sparute proposte. Un poco più di attenzione per i prodotti locali, specie i formaggi, ma non sempre si va molto oltre, e un equivoco, sempre per me, madornale il pensare che le presenze valligiane, la ricerca dei prodotti locali, l’attenzione per le particolarità di una storia affatto singolare, sia da chiedere ai cosiddetti ristoranti importanti, ricercati, con alla guida figure blasonate, al centro dell’attenzione.

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Sono trent’anni che Slow Food, inteso come movimento nazionale, cerca di proteggere, far conoscere, valorizzare, identificare il patrimonio delle Osterie Italiane, baluardi di civiltà, luoghi di accoglienza, rifugio – lo dice bene Alessandro Gallo, protagonista del mio Cerveno Un’Osteria per incontrarsi, sempre all’interno dell’ultimo Atlante Bresciano – lo concretizza altrettanto bene Oriana Belotti de La Cantina di Esine, che attinge la sua proposta quotidiana da decine di ricette autenticamente camune, realizzate con prodotti assolutamente locali. Ma chi può pensare di sottrarre ai luoghi più semplici, abbordabili, il compito di ambasciatori di un territorio, depositari di un tramandarsi di piatti, utilizzi, invenzioni… O pensiamo veramente che l’Osteria debba diventare la copia rustica dei tanti bar senza anima alcuna, dove inutile è il chiedere quale sia la proposta tanto essa è sempre, drammaticamente, eguale, fatta dei nomi che ci martellano dagli schermi televisivi o, attualmente, da quelli degli smartphone, dei tablet… Di Tafazzi più o meno nostrani ne abbiamo già bastanti, non ne servono altri.

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Non stiamo parlando di minuziose ricerche e geniali interpretazioni, che pure sono necessarie e preziose, per quelle abbiamo locali come il Sapì di Mauro Vielmi, il Cantinì di Borno, il Resù della famiglia Gemmi… Quanto di un piatto con della buona polenta, magari di Mais nero spinoso di Esine, del buon Silter, quello di Andrea Bezzi, di Sonia Spagnoli… Di uno strinù cotto a dovere, di qualche buona erba… Anche un singolo calice di vino camuno. E dopo aver letto i pezzi della Val Camonica dei Sapori ritroviamoci qui, a commentare, a dissentire, a far crescere, tutti insieme, i luoghi veri delle nostre dimore.

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Le immagini provengono da AB Atlante Bresciano n. 141 Grafo Edizioni tranne la scansione della copertina di Una terra di vigneti scolpiti nel vivo sasso, copia di mia proprietà.

 

 

 

 

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