Reducetariani: e se fosse veramente una risposta possibile?

«Perché, come diceva Anthelme Brillat-Savarin, padre della gastronomia moderna ma anche protagonista della rivoluzione francese, il destino delle nazioni dipende dal modo in cui si nutrono»
Marino Niola, Homo Dieteticus – Viaggio nelle tribù alimentari

Doveroso premettere il significato di questo non felicissimo, da un punto di vista linguistico, neologismo che nasce, congiuntamente all’organizzazione che lo sostiene, la Reducetarian Foundation, nel 2015 ad opera di Brian Kateman, ancora giovane ricercatore della Columbia University. In sintesi, non me ne voglia Kateman, sul sito chi è interessato troverà maggiori dettagli e indicazione, un approccio che ha alla sua base la riduzione dei consumi di alimenti di origine animale, carne in particolare ma anche uova, latticini… L’hashtag che lo identifica è difatti #lessmeat, letteralmente meno carne, per una triplice, positiva azione: sulla salute dell’uomo, su quella del pianeta, sul benessere animale.

We Reduce

I tanti post che continuano ad essere dedicati al cibo in questo periodo sui vari social media, fatto salvo quelli provenienti dalla ristorazione, messa al bando nel suo aspetto conviviale, di presenza fisica ai suoi tavoli, indicano senza timore di smentita quanto il cibo, o la sua negazione che poi ne è a tutti gli effetti altro aspetto, sia importante per noi italiani: il cibo come passatempo in questi lunghe giornate nel chiuso delle nostre cucine, il cibo esorcizzante, simbolo di vitalità, d’impegno, di un rifarsi alle tradizioni, ai suoi luoghi di provenienza ed elaborazione, il cibo agognato, materializzazione di una speranza, del desiderio di tornare a consumarlo liberi, in compagnia, condividendolo, commentandolo.

Questo dato di fatto, unito alle letture, ora quasi indispensabili compagne per chi già le pratica quotidianamente, forse riscoperta più o meno forzata per altri, mi ha portato a riprendere in mano un breve saggio di Marino Niola, che ho avuto il piacere di conoscere personalmente, con Elisabetta Moro, sua davvero gentilissima signora nonché, come lui, antropologa di fama, nel corso di un convegno tenutosi presso la Camera di Commercio bergamasca e dedicato alle paste alimentari ripiene (io parlavo di quelle bresciane, immaginatevi il senso di rischio che mi attanagliava nell’occasione). Homo Dieteticus – Viaggio nelle tribù alimentari uscito per i tipi de Il Mulino sempre nel 2015. Vegani, vegetariani, crudisti, afflitti da ortoressia – definita come disturbo alimentare caratterizzato da una maniacale attenzione alle caratteristiche del cibo scelto per la propria alimentazione – che Niola presenta in un paragrafo dal significativo titolo «Vivere da malati per morire sani», le tribù alimentari insomma, alla ricerca di un qualcosa che sostituisca valori perduti, religioni dimenticate, sensi di appartenenza sempre più labili.

Homo Dieteticus

L’avvicinarsi a posizione «reducetariane» pare sfuggire a salvifici integralismi per collocarsi nell’ambito di una visione pragmatica e in qualche modo già familiare, sempre per schematismi a un «poco e meglio», traducibile, si sono già anticipati i principali bersagli, in un consumiamo meno carne ma di migliore qualità, abbandoniamo di conseguenza l’intensivo per l’estensivo, le forzature alimentari, l’onnipresente mais per i bovini in sostituzione della naturale erba, alimento sul quale è costruito lo stomaco complesso dei ruminanti. E che ciò valga anche per quelli destinati alla produzione di latte, spesso diventati sorta di «macchine» da spremere il più possibile per poi lasciarle a un innaturale e obbligato destino appena la loro quota giornaliera inizia a calare. Concetto che si estende ad altre razze: le capre che «dimenticano» il loro periodo di asciutta grazie, si fa per dire, agli ormoni, polli e galline costretti in spazi a misura delle umane esigenze, dell’umano profitto, e non certo in base alle loro… L’elenco potrebbe allungarsi a dismisura.

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Un aumento nel consumo di frutta, verdura, legumi, anch’essi legati a produzioni estensive e non intensive, con un uso il più accorto possibile di modalità che ne rendano possibile l’arrivare in quantità accettabili alle condizioni ideali di maturazione ed eventuale trasformazione: operazione quest’ultima condotta in modo coerente con quanto fatto per arrivare a quel punto. Poco e meglio, forse utopico ma meno di quanto si possa pensare agendo seriamente ed efficacemente sull’aspetto quantitativo, nonché accompagnandolo doverosamente con una strenua lotta allo spreco alimentare che nello scorso anno ha «bruciato» nel solo nostro paese lo 0,88% del Pil: oltre 15 miliardi di euro, per la precisione:

15.034.347.348 € che sono la somma dello spreco alimentare di filiera (produzione – distribuzione), complessivamente stimato in oltre 3 miliardi € (3.176.032.413 €), ovvero il 21,1%  del totale, a fronte dello spreco alimentare domestico reale, cioè quello misurato nelle case degli italiani attraverso il test dei Diari di Famiglia, che rappresenta quindi i 4/5 dello spreco complessivo di cibo in Italia e vale 11.858.314.935 €. I dati sono stati diffusi oggi in occasione della 6a Giornata Nazionale di Prevenzione dello spreco alimentare, nella sede FAO di Roma, dal progetto 60 Sei ZERO dell’Università di Bologna – Dipartimento Scienze e Tecnologie Agroalimentari con il Ministero dell’Ambiente e la campagna Spreco Zero dello spin off Last Minute Market.

Testo e dati dal sito Spreco Zero

Mentre a livello mondiale si parte da un 14% della produzione «perso o sprecato dopo il raccolto e ancor prima di arrivare alla vendita al dettaglio, nel corso delle operazioni svolte nelle aziende agricole, in fase di stoccaggio e durante il trasporto» come riporta il rapporto FAO intitolato Lo Stato dell’alimentazione e dell’agricoltura 2019 , per arrivare a un clamoroso 33% di quanto prodotto che termina nelle pattumiere del globo. Una cifra impressionante che pochi di noi conoscono e considerano, una cifra che assume significati ancora più sinistri se si pensa che per ottenere una parte non indifferente di quella produzione si cancellano foreste, si sconvolgono equilibri naturali, si creano intrusioni e commistioni in un regno vegetale ed animale che finisce con l’interagire in modo abnorme e incontrollato con la nostra stessa esistenza: lo stesso Covid-19, abbandonate le teorie complottiste di una sua «nascita» e successiva fuga da laboratori militarizzati, pare provenire dal mondo animale ed essere, attraverso mutazioni, divenuto patogeno per la specie in un certo senso più diffusa sulla terra, sicuramente quella più mobile e consumatrice di risorse: quella umana.

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Non è certo questo il momento per profonde, che del resto non mi competono, disquisizioni o per avviare lunghi e complessi progetti a livello mondiale – unica dimensione con un senso in un presente così globalizzato e interconnesso – ma chiusa la fase dell’emergenza dovrebbero divenire atti necessari e prioritari in un mondo che pare volere unicamente crescere unidirezionalmente per l’interesse di sempre più concentrate realtà di una nuova oligarchia planetaria.

 

 

 

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