Di «Delivery» in «Delivery» – Serenella Street Food

Cambia lo superficial
Cambia también lo profundo
Cambia el modo de pensar
Cambia todo en este mundo

Cambia el clima con los años
Cambia el pastor su rebaño
Y así como todo cambia
Que yo cambie no es extraño

Cambia il superficiale
Cambia anche il profondo
Cambia il modo di pensare
Cambia tutto in questo mondo

Cambia il clima con gli anni
Cambia il pastore gregge
E così come tutto cambia
Che io cambi non è strano

Mercedes Sosa – Todo Cambia

 

Sono passati poco più di quaranta giorni da quando scrivevo No, non sono i tempi di Gabriel García Márquez e le cose sono cambiate in modo radicale, avvisaglie, ipotesi, speranze, illusioni… Hanno ceduto il posto a una realtà di una crudezza disarmante: vi scrivo da quella provincia di Brescia… Tutto è cambiato, tutto cambia, come stupendamente dice Mercedes Sosa, mia grande conterranea. Ma alla fine delle strofe dedicate ai cambiamenti – delle cose superficiali, di quelle profonde, del clima! – conclude con una ferma e allo stesso tempo pacata affermazione: Proprio come tutto cambia non è strano che io cambi. Non solo non è affatto strano ma spesso è doveroso, nei nostri confronti, rispetto alla società che ci circonda, ai nostri simili.

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Scusate la mia insistenza sul termine cambiamento e le sue declinazioni: cambiamento non è moda, effimero passaggio, talvolta seguire «l’onda del momento» ben consapevoli di ciò che si sta facendo, del suo vuoto vestito di nulla. Neppure rinnegare tutto ciò che sta alle nostre spalle, definirlo, sprezzantemente, obsoleto. Il delivery per entrare nel vivo di questo post non può essere, specie nell’accezione comune, l’unica modalità proponibile per il prossimo, incerto, futuro della ristorazione, lo è, lo sarà senza dubbio nei prossimi mesi, non ho (credo nessuno li abbia) dati che mi permettano di ipotizzarne la durata certa. Ma già da ora ci si può preparare, sperimentare, strutturare, in altre parole allontanarsi da quello che per la maggior parte di persone è la consegna a domicilio o, più avanti, l’asporto. Scrivevo di quella immagine che non sopporto: il «rider», il ragazzo che sotto la pioggia, in bicicletta, consegna una probabilmente triste pizza resa bagnata e molle dall’inevitabile vapore prigioniero del cartone, anche di quello previsto di regolamentari fori.

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Se aggiungiamo che nella maggior parte dei casi, la stessa non sarà capolavoro dell’arte della lievitazione, espressione di come un prodotto «umile» possa vestirsi di grandi ingredienti, grandi non significa necessariamente «cari» ma, se proprio, giustamente costosi: un ottimo pomodoro, una buona mozzarella, un origano che non sappia unicamente di secca polvere, dell’aglio, delle acciughe scelte con cure, un extravergine di oliva degno del suo nome, abbiamo già delineato gli attuali limiti. Non tutti hanno seguito questa strada, e non certo ora, ma, questa volta calza a pennello, in tempi non sospetti, qualcuno da subito ne ha percorso altre, meno facili, all’inizio forse tortuose, segnate però da una meta ideale. Tra questi, ovviamente sperimentata, segnalo l’idea di Francesco Giordano che a dicembre, un poco in sordina, ha dato vita agli spazi di Serenella Street Food in quel di via Trento.

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Gli perdoniamo l’anglismo, omaggio a chi pensa che Street Food sia più «figo» di Cibo da strada, glielo perdono volentieri viste le premesse e il percepibile, continuo miglioramento dell’offerta dalla sua apertura. Naturalmente pizze, vista l’origine – la proprietà è la stessa della Pizzeria Serenella in via Massimo D’Azeglio – ma anche focacce, prodotti da forno, dolci, primi, piatti di pesce, fritti, sino a un «semplice» Hamburger curato come tutto il resto…  Con una triade – Qualità, Prodotto, Servizio – che negl’intenti di Francesco vuole caratterizzare la sua proposta, naturalmente nessuno prevedeva alla fine dello scorso anno cosa sarebbe accaduto nell’arco di pochi, pochissimi mesi, ma l’esperienza accumulato a passo di marcia è servita, sta dando i suoi frutti: «continuiamo a provare, realizziamo una ricetta, lasciamo il risultato nello stesso contenitore che utilizziamo per il servizio d’asporto e ne valutiamo consistenza, sapore, dopo 20-30 minuti», così per i fritti la panatura è stata modificata, in modo da garantire una più che discreta «croccantezza» anche una volta giunti a destinazione, così dalla pizza si è passati a una «Pinsa» a doppia cottura, che evita, aumentato anche il foro di sfogo del vapore, per quanto possibile l’effetto di «bagnato». E il trasporto non si avvale di realtà dedicate ma conta sui propri mezzi perché «Voglio che il piatto arrivi non solo nelle condizioni organolettiche e di consistenza ideali ma anche con un aspetto che sia quello che abbiamo qui pensato e realizzato». Che sia un elaborato piatto a base di crostacei o un popolare Hamburger…

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Insomma qualcosa che riesca a portare della «ristorazione seria nelle case», progettato come già detto in assenza d’imperativi come quelli attuali. Non vuole polemizzare Francesco ma ricorda come abbia trovato tante perplessità quando non pareri decisamente negativi all’illustrare la sua idea, come molta ristorazione abbia esplicitamente  tacciato d’impossibile, non corretto, superfluo… L’andare oltre alla mera sussistenza per alcune categorie. Ora in tanti, magari all’ultima ora, si allineano più o meno frettolosamente, compaiono manifesti, decaloghi, suggerimenti sul come sarà per la ristorazione il «dopo», non questo il caso, visto che si parla di un locale nato, quanto meno, per un asporto che non fosse semplice rappezzo per una serata. Aumenteranno e si diversificheranno le proposte, verranno rinforzati i complementi, la scelta delle bibite, delle birre e in particola modo dei vini, attingendo dalla carta del primo locale, in modo da permettere abbinamenti ad hoc con i piatti previsti dal menu, senza, diciamolo, l’assillo dell’avere bevuto quel mezzo bicchiere in più, sufficiente per incorrere nei, giusti, rigori della legge al rientro nella propria dimora…

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Non è certo mio compito in questa sede descrivere come ci si potrà ulteriormente attrezzare, come cambierà giocoforza il peso, il valore della relativa comunicazione, ma è indubbio, e a mio avviso auspicabile, che verranno messe da parte le improvvisazioni in più campi e settori, perché non basterà dire di essere trendy, up to date, di avere il giusto mood, servirà dimostrarlo concretamente, servirà essere capaci di tradurre negli opportuni linguaggi l’identità di un locale, usare la rete correttamente, non nascondersi dietro gli anglicismi, «sentire» veramente le cose. A ciascuno il suo verrebbe da dire, chissà non avvenga. Intanto prendiamo atto di questa nuova realtà bresciana, messa subito alla prova ma capace di dare una prima efficace risposta a mutate esigenze senza dimenticare che sfiziosi pacchettini si consegnavano a domicilio anche in Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda, apparso come romanzo nel 1957 ma ambientato nella Roma di trent’anni prima, senza pensare poi che come prima detto il «delivery» sia l’unica strada percorribile, specie dopo un’obbligatoria fase di transizione, per di più un delivery standardizzato ed omologato, facile preda della multinazionale di turno.
Un voto? Assolutamente no, mai dati. Un giudizio finale? Quello sì: promosso.

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Le immagini provengono per la maggior parte dalla pagina Facebook di Serenella Street Food, le restanti da banche dati free.

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