Programmi, concorsi al tempo del Covid: nun te reggae più

Ancora una volta rubo qualcosa a una canzone, questa volta il titolo, lo faccio al volo, d’istinto, altrimenti come spiegare questa mia ripresa del blog in un momento, per tanti motivi, davvero difficile. Lo testimonia il mio silenzio in questi spazi, dopo una fine 2020 che aveva visto MadeinBrescia tornare a frequenze d’antan. Ma, invoco come da tempo sono uso fare la senescenza incalzante, che regala una sorte di passaporto, di salvacondotto, non la piena immunità ci mancherebbe, per dire quello che un tempo avrei tenuto per me e sempre più pochi amici. Il motivo che mi ha fatto dire basta sono i commenti social all’incursione nella nostra città di un format televisivo come tanti altri: Cake Star – Pasticcerie in sfida. Cambiano i soggetti ma non cambia il soggetto, qui tre pasticcerie, altrove quattro ristoranti, cinque truck dello street food, sei gelaterie, sette pizzicagnoli, otto …

L’importante, diciamolo, è ci siano i giusti ingredienti, tanti sorrisi, più o meno di circostanza, qualche momento di tensione, qualche colpo basso tra i concorrenti, un filo di commozione, se poi ci scappasse una lacrima… Dei giudici super partes, con potere di vita o di morte, un pollice televisivo da abbassare o alzare con imperturbabile espressione, ma non era l’indice illore tempo? Ma va bene, anzi, benissimo, ché ne abbiamo già tante di angustie, servono cose ilari, facete, alla faccia di chi ancora mena il torrone con questa storia del cibo cultura, orrido termine riesumato al bisogno. Hanno ragione loro, senza ironia alcuna, sino a quando avranno spettatori clamanti, recensori digitanti, felici partecipanti: non sarò certo io, povero untorello, a spiantare il sistema, teso come sono, mi ripeto, a tessere una trama di versi per nulla consolatori *.

Perché farlo allora, perché sovraccaricare la rete, sia pure di pochi kilobyte? Nulla di personale con gl’ideatori del format, confesso poi un’assolutamente disinteressata simpatia per la spontaneità di Katia Follesa che pare essere null’altro che sé stessa quando sceglie, golosa, l’ennesima torta mono-porzione. Non stupitevi, certo che ne ho visto un paio di puntate, detesto parlare, scrivere di qualcosa che ignoro assolutamente, me le sono guardate quasi tutte queste perverse declinazioni nazional-popolari del mangiare, cucinare, assaggiare… Ne salvo ben poche e per non lunghe stagioni, con motivazioni che non mi riesce sempre facile condividere: la prima serie di Unti e bisunti con Gabriele Rubini/Chef Rubio, innovazione, ritmi, ancora simpatia, il cibo da strada del nostro paese, che meriterebbe ben altra considerazione, altra valorizzazione… Ma in questo campo pochi ci battono in negativo, prima che fosse folgorato dalla necessità di essere un tuttologo ai fornelli, e Pizza Hero – La sfida dei forni con un grande, in tutti i sensi, Gabriele Bonci, simpatia, per me, a vagoni, anzi a pagnotte. Probabilmente sconto qualche personalissima carenza.

Ecco qui, parlo delle pasticcerie, di là da quei tratti citati, capaci di strapparmi una lieve increspatura di entrambe le commessure labiali, con una lieve predominanza della destra, poco mi coinvolge, interessa, incuriosisce. Non ho visto, lo premetto, questa puntata, mi sono fermato agl’inizi, a precedenti serie. Però… Però, mi spiace per Bruno Andreoletti, che ho conosciuto ai tempi in cui pochi potevano dire altrettanto, quando con l’aiuto di mamma e fidanzata dava lustro e sostanza alla sua pasticceria in quel di Offlaga, i cui abitanti per la maggiore non capivano cosa fosse venuto a fare lì, in quel paesino della bassa, un ragazzone abituato al rigore di Iginio Massari, a cui gli occhi s’illuminavano quando parlava di lievito madre… Ed è qui, nei grandi lievitati, nella viennoiserie che Bruno da il meglio di sé, grandi davvero e non è sterile gioco di parole.

Mi spiace perché non è, per me, quello il suo palcoscenico, suoi quegli spazi e quel tipo di rapporti. Lo conosco schietto, tutto compreso nel lavoro che adora. Anche se in termini diversi, diverse le figure, mi ero fatto un poco la stessa domanda quando avevo scoperto – credetemi, nonostante le tante repliche, non ho mai visto integralmente la puntata – che Antonella Varese e Fabio Mazzolini, chef che adoro perché espressione di un insieme pressoché ineguagliabile di capacità e umiltà, di un understatement del tutto démodé, partecipavano ad analoga trasmissione o, ancora, che vi prendesse parte una figura diretta e coerente come Marco Zuanelli. Ecco, l’ho scritto, questo il principale motivo del mio mettermi per l’ennesima volta alla tastiera, accanto al prendere atto che di una delle umane pulsioni d’obbligo, siamo stati sempre noi a trasformarla sovrastrutturandola all’inverosimile, la maggior parte di noi ne mastica, pur volendone discettare, davvero poco.

Spero che questi programmi, piano piano, perdano pubblico, passino di moda, si trovi altro modo per farsi conoscere, per ritagliarsi, come attribuito ad Andy Warhol, quei quindici minuti di fama. Non è del resto colpa loro, rispondono come è logico che sia, alla sola logica dello spettacolo televisivo che non solo deve andare avanti, ma rispetta unicamente le proprie insindacabili esigenze. Intanto, anche questo penso sia imputabile a non trascurabili fragilità, cerco di farmi perdonare condividendo, in una sorta di cerchio sonoro, la versione di Rino Gaetano di A mano a mano. A presto.

  • Cit. da una poesia di Lento Goffi contenuta nella raccolta Dalla marca d’oriente.

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