Gin Tony: continua la «Nouvelle Vague» dei gin bresciani

«Può non esserci colpa ma ci saranno pensieri. E per i pensieri c’è il gin.» Nicholas Monsarrat – ufficiale di marina e romanziere britannico

Loro sono Alessandro Ortogni e Andrea Corezzola, amicizia nata sui campi di calcio e rinsaldata, dicono le fonti, da lunghe partite di cicera bigia, gioco affine alla scopa per cui si utilizza il mazzo di 52 carte, naturalmente bresciane. La parte «tecnica» del loro progetto, concretizzato nel 2013, affidata ad Alessandro, una laurea in Scienze e Tecnologie Erboristiche, un’erboristeria in provincia, Andrea è invece un ingegnere ambientale. Il mio primo incontro un anno dopo, grazie alla stessa persona, Gianmario Portesani, che mi ha permesso, bontà sua, di provare l’ultimo nato dal loro sodalizio; allora furono le pagine, sempre bresciane, del Corriere della Sera a consentirmi di scrivere un breve ritratto dell’Amaro Zerotrenta, quello il progetto, compiutamente bresciano anche se prodotto nella marca trevigiana da un signore di nome Alessandro Carlassare, uso a realizzare distillati e liquori contando esclusivamente su ingredienti del tutto naturali, conditio sine qua non posta dal duo.

Allargata la gamma degli amari con una versione addizionata di grappa di Amarone e affinata in legno piccolo e da una terza definita Amarissimo, con tinture di quassio, cascarrilla ed estratto di rabarbaro, nonché da una birra, la Noalter, in collaborazione con il birrificio Curtense, hanno deciso di cimentarsi con un distillato affatto particolare come il Gin, naturalmente contando sullo stesso gruppo prima descritto e sulle botaniche che caratterizzano il loro prodotto base: principalmente anice stellato, genziana, camomilla, melissa, rosmarino… Oltre all’obbligata e consistente presenza delle bacche di ginepro «in alcolato con un’estrazione esasperata da 38 kg in alcool di prima qualità» unito «con il distillato delle botaniche del nostro amaro», per utilizzare integralmente le loro parole. Unica esclusa la liquirizia che non aggiungeva molto di particolare a sapori e profumi oltre a creare alcuni problemi tecnici.

Due parole sul nome scelto prima di continuare, Gin Tony appare evidentemente sorta di scherzoso richiamo all’attuale e principale utilizzo dei gin ma è anche personale omaggio a… «Tony», amico comune che durante il primo periodo di confinamento è riuscito a strappare un sorriso, a calamitare l’interesse di non pochi creando un gruppo di assaggi virtuali su WhatsApp, un momento di serenità e divertimento comune parlando di cocktail, di abbinamenti… Doveroso da parte di Alessandro e Andrea ringraziarlo con un modo assolutamente in linea e indubbiamente originale.

Ne è derivato un gin dalla spiccata personalità che, aiutato dalla mia paziente e collaborativa metà, sempre apprezzata perché poco o nulla influenzabile da etichette e nomi, ho provveduto a degustare sia liscio sia come indispensabile componente della miscela da anni ai vertici dei consumi e dell’interesse nello specifico campo: il Gin Tonic. Partiamo dall’assaggio in solitaria, fatto utilizzando un classico bicchierino da acquavite: al naso netto e iniziale il timbro conferito, e vorrei ben vedere, dalle bacche di ginepro, che cede via via il passo a note più morbide e speziate dove è l’anice stellato a dare, a nostro avviso, la nota principale. Chiude un ventaglio di sensazioni composite, qualche ricordo, lo dicono anche loro, di toni resinosi, di botaniche mediterranee – il rosmarino? – per una bocca che pur non cedendo minimamente al «dolce», riprende quel giocare sulle morbidezze. Il tutto all’insegna di una grande eleganza e della capacità di non fare mai pesare una gradazione alcolica fissata a 40°.

Per la degustazione in «miscelazione» ci siamo affidati a due classici, rispettivamente la Premium Indian Tonic Water e la Mediterranean Tonic Water, entrambe della Fever-Tree. Solo la stessa quantità di ghiaccio, ovviamente la stessa proporzione dei due componenti, ha caratterizzato i due bicchieri. Risultati? Prima, immaginandolo più delicato, il contenuto della versione con la Mediterranean, che ha dato origine a un Gin Tonic perfettamente integrato, come se il nostro gin avesse deciso di fondersi all’istante con la tonica, creando un insieme delicato, armonico, dove le note floreali-fruttate creavano un tutt’uno con le spezie dolci del distillato, enfatizzandone i tratti eleganti che lo contraddistinguono, probabilmente una zesta di limone chiuderebbe il cerchio in modo ideale, dialogando con il timo limone della Mediterranean e rinfrescando la bevuta.

Le cose cambiano – la differenza tra prodotti base e prodotti di alta gamma, dove sono i dettagli a cambiare anche radicalmente il tutto – con l’altra tonica: qui le morbidezze e le spezie «dolci» sono scosse dalla maggior quantità di chinino, di arancia amara, per dare un Gin Tonic più contrastato, riemerge il ginepro, riemergono le note resinose e di macchia mediterranea, e la nostra miscela si presta ad essere, perché no, proposta come aperitivo diverso, con delle olive, anche condite, con dei piccoli snack… Anche se, a mio avviso, sempre fuori dai pasti. A suo vantaggio una beva che alla lunga appare più disinvolta anche se meno immediata della prima versione.


GinTony, ho parlato di Novelle Vague, non è né il primo né l’unico gin bresciano apparso sulla scena, chissà non possa essere il LA di un piccolo viaggio in questa nuova e un poco inaspettata dimensione del mondo del cibo, delle bevande, insomma dei sapori della nostra provincia.

Le immagini sono tutte, escluse l’ultima che proviene da banca immagini online, cortesia di Amarcor srl nella persona di Alessandro Ortogni.

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