Rispetto, o del tramonto delle parole

«Non c’è più rispetto
Neanche tra di noi»

Zucchero Fornaciari – Rispetto

Qualcuno ricorderà quel «Io non ci sto… a questo gioco al massacro.» pronunciato il 3 novembre 1993, a reti unificate dall’allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfato, passato da anni a miglior vita e quindi del tutto meritevole di rispetto. Cito quella frase perché non dovendomi difendere da pesanti accuse, non al momento almeno, posso utilizzarla per definire il mio stato d’animo nel confronto di questo progressivo e pressoché inesorabile, venir meno del senso di un termine che ritengo tuttora fondamentale nel vivere civile: Rispetto.


Alcuni episodi degli ultimi giorni mi hanno decisamente convinto, ce ne fosse stato ancora bisogno, dell’inarrestabile declino dei vari significati di questo sostantivo. Dato che non vedo particolari ragioni perché mi si debba credere per partito preso, provo a condividere alcune notizie, fatti, che in questi giorni hanno spazzato via le mie ultime resistenze e reso ancora più esiguo il sottile credito verso non pochi dei miei simili.

Come se non bastassero le miriadi di commenti, dichiarazioni, prese di posizione nei confronti della situazioni sanitaria che ogni giorno ci assillano, c’è qualcuno che si «diverte» a metterne in giro di false, aumentando la già non poca tensione percepibile in giro: Positivo al Covid riconosciuto al supermercato e richiamato alle casse. Si presentano in 12″. Ma è una fake news. Notizie simili paiono essere una delle ultime frontiere dell’idiozia e denotano l’assoluta mancanza di rispetto verso chi s’impegna a fornire informazioni corrette, facendo precedere a ogni pubblicazione il necessario lavoro di verifica delle fonti e dei fatti, aumentando il senso d’impotenza, di frustrazione da parte di chi prende per assolutamente e integralmente corrispondente alla realtà ogni titolo apparso su quotidiani o altri media.

Oppure assistiamo a «spiegazioni» fornite sotto forme quanto meno opinabili, il riferimento è alla modalità con la quale il dott. Andrea Casadio, anche reporter e giornalista pubblicista, risponde nel corso della trasmissione Piazza Pulita in onda su La7 alla domanda se i ristoranti per le loro specifiche caratteristiche sono luoghi da considerarsi pericolosi per la trasmissione del Covid. Ebbene io non sono un medico ma sì un giornalista pubblicista e mai, ribadisco mai, ho utilizzato forme così «colorite e spiazzanti» per descrivere non gli effetti di una pandemia ma quelli ben meno drammatici di un sugo slegato, di una pasta scotta o di un vino poco felice. S’inizia con una gag recitata imbracciando il tubo di un’aspirapolvere e cantando Happy birthday to you, si prosegue con un’espressione onomatopeica più volte ripetuta «bla, bla, bla, bla…», poi uno starnuto e infine, sempre con toni un poco «leggeri e divertenti», la ripetizione, suffragata da documenti e constatazioni, che «i ristoranti sono luoghi pericolosi» come dimostra anche il commento finale su un episodio avvenuto in una cittadina del Main dove una persona affetta da Covid ha contagiato buona parte degli invitati nonché i due sposini. «Ciò dimostra che il virus fa male alla salute, ma anche il matrimonio» questa (l’ilare) conclusione dell’intervistato.


Non possiedo le competenze per intervenire direttamente sulle conclusioni e sull’analisi dei documenti preesentati dal dott. Casadio ma sì quello di esprimere la mia perplessità e il dissenso su come il tutto sia stato presentato, ritengo che di fronte a una crisi come quella che sta attraversando il settore della ristorazione, altri approcci sarebbero stati quanto meno auspicabili, né mi convince l’esigenza di toni scherzosi a fini divulgativi. In altre parole un poco di rispetto ecchediamine.

Così i comportamenti delle persone, che capisco stanche, confuse, frustrate, in balia di normative spesso cervellotiche e contraddittorie o lacunose, ma che di fatto andrebbero seguite – oppure contestate in modo corale ma è altra cosa – così come andrebbero seguite, nonché rispettate, le azioni di chi deve garantirne l’osservanza: polizia di stato, carabinieri, corpi di polizia locale… Ma tanti comportamenti, anche da parte di persone che non è certo possibile definire giovani, dicono l’opposto. Non entriamo poi nel merito della disinvoltura con cui regole e regolamenti vengono bellamente ignorati facendo appello all’ignoranza: «Non lo sapevo, nessuno me l’ha detto, lei chi è per dirmi cosa devo fare, io faccio come mi pare…» frasi e comportamenti che trovano il loro essere anche in un sentimento di stupido egoismo, di pretesa e vuota superiorità.

Ci si dovrebbe interrogare a quali modelli, a quali insegnamenti s’ispirano certe prese di posizione, emerse in modo preoccupanti con l’attuale situazione, quella che doveva fare emergere il meglio di noi come si diceva speranzosi al suo inizio. Più si protrae questa emergenza sanitaria e, tranne le sempre esistite eccezioni, più a emergere sono i tratti negativi del comportamento umano. Mi chiedo davvero quanto manchi al «si salvi chi può» e come può, aggiungo io.


Eppure la fatica è la stessa, ascoltare con un poco d’attenzione il prossimo, le sue esigenze, i suoi obblighi, talora dettati da quelle astruse indicazioni sopra citate, non è impresa ardua o impossibile: spesso basta davvero un minimo d’impegno per farlo
. Sono pienamente conscio di non contare alcunché eppure un appello a chi può, so anche l’esistere di casi pienamente irrecuperabili (difficilmente miei lettori), a chi vuole provarci, mi pare minimo dovere da parte di chiunque occupi degli spazi nel pressoché infinito diario della rete. Riscopriamo il reciproco rispetto, ne guadagneremmo davvero tutti

 

Un commento Aggiungi il tuo

  1. Paolo Bragantini ha detto:

    nemmeno chi ci obbliga alle regole non ha competenza , riassumo con ignoranti incapaci inietti

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