Maccaboni a Botticino

Non cerco di ballare meglio di chiunque altro. Cerco solo di ballare meglio di me stesso.
Mikhail Baryshnikov

«Fa effetto, bello e positivo, sapere che nell’anno di nascita della sua azienda agricola, il 2004, Francesco Maccaboni contava su 22 primavere», così scrivevo, era il 2014, sul pezzo dedicato a questa realtà per Sapori Bresciani del Corsera locale. Sette anni volati tra non poche difficoltà e il progressivo diminuire del tempo dedicato agl’incontri con i vitivinicoltori della nostra provincia. Doppio entusiasmo di conseguenza nel ritrovarsi a percorrere un piccolo tratto delle vigne di Francesco per poi sedersi e sorprendersi in positivo dei progressi fatti nell’interpretare il frutto dei suoi ettari vitati, divenuti nel frattempo una decina. «… gli ettari a sua disposizione, la maggior parte in alta collina, suddivisi tra il Colle San Pietro, da qui il nome del suo Botticino, e la Valverde. Dei quattro vitigni contemplati dalla DOC lui predilige e punta su Sangiovese, sul Colle, terreno calcareo, ricco di scheletro, e Barbera, la Valverde, terreno più grasso, argilloso».

Dei due vitigni citati è ora la Barbera a riempirgli cuore e mente, su lei – per il sottoscritto la Barbera è donna, vino o vite che sia – medita e progetta. La gamma delle proposte si è allargata, le viti sono ancora cresciute di età oltre che di ettari, anche se l’azienda sin dall’inizio ha potuto contare su un patrimonio in parte già carico d’anni: anche 50, 60…
Con tutte le felici conseguenze del caso. Ora i Botticino partono dal Piccoli Sorsi, uno dei rossi più felici e beverini che abbia ultimamente provato, ma la beva è uno dei tratti che contraddistingue l’intera produzione, comprese le Riserve più impegnative, passano dal Colle San Pietro, toponimo e vino degli inizi, per chiudere con Don Piero e Donna Virginia, dedicate, sono le Riserve, ai genitori. Oltre alla DOC una schiava, lo Schia’vino e due bianchi, rarità in questa terra di potenziali grandi rossi, entrambi – ora grazie all’Istituto Agrario di San Michele all’Adige sappiamo esattamente quale vitigno a bacca bianca sparse il signor Santo Gabana in questi luoghi negli anni ’50 – a base del piemontese Erbaluce di Caluso.

Come anticipato, Francesco Maccaboni con la collaborazione della sorella Giulia, a lei i lavori più delicati in vigna, che richiedono però grande pazienza e dedizione, nonché preziosa consigliera sui risultati finali, ha utilizzato questi sette anni passati per capire con la massima chiarezza possibile come utilizzare al meglio terreni e vitigni, riuscendo da una parte a realizzare vini che riflettono il prevalente calcare o l’argilla, si giovano di un’ottima esposizione dei vigneti, costantemente percorsi da una brezza che assicura continua areazione dei grappoli, dall’altra a creare una precisa identità, una sorta di marchio di fabbrica che accompagna senza minimamente omologare le tipologie degustate. Sotto lo strato superficiale poi, quello fertile, una struttura che garantisce l’assenza di ristagni d’acqua, il tutto al servizio di viti che esprimono tutta la concentrazione della loro età.

Iniziamo, non sono solo, la degustazione dai due bianchi, elaborati con modalità affatto diverse, Piccoli Sorsi bianco, solo acciaio, uve dai vigneti più giovani, Santogabana, divenuto ora specie di riserva, ottenuto da vigne di 70 anni, malolattica svolta, sei mesi sulle fecce fini, utilizzo di barrique in legno d’acacia. Più floreale che fruttato il primo, con note vegetali, piccoli fiori bianchi… Qualche ricordo agrumato, pompelmo in primis. Più rotondo il Santogabana, pur conservando una piacevole ed equilibrata freschezza, il vegetale si ritira, compare della frutta a polpa bianca: ottima la scelta del legno d’acacia, per di più curvato a vapore, che non aggiunge, prevaricando, alcuna nota vanigliata. Se il primo attira come non banale aperitivo il secondo chiama carni bianche, un coniglio? O pesci salsati senza ombra di pomodoro. L’annata, l’imbottigliamento è previsto a breve, è il 2020.

Giunge lo Schia’vino 2019, 70% di Schiava gentile, 30% di Schiava grossa, colore rosso scarico, note di petali di rosa, frutta a guscio, una leggera punta di mandorla amara nel finale accompagnata dalla tipica terrosità del vitigno, qui tuttavia molto contenuta, un grado alcolico, un naso e una beva che invitano – servito sui 14 °C – a scolarsi pericolosamente la bottiglia: ci conteniamo e versiamo quasi totalmente la dose generosa versataci per passare ai rossi. Una tartara, dei primi della tradizione saporiti…

Piccoli Sorsi 2018, Barbera, Marzemino, Sangiovese in parti pressoché eguali più una minore percentuale di Schiava. Ancora il petalo di rosa, frutta fresca a polpa scura, per uno dei sorsi, mi ripeto, più bevibili che recentemente ricordi. Perfetto per una estiva grigliata mista, evitando magari le carni rosse più impegnative, per dei formaggi a pasta molle o semidura, non troppo stagionati. Con il precedente, secondo gusto e momento, un vino da merende bresciane in cui non può mancare il salame «giusto»

Colle San Pietro, probabilmente il Botticino più tradizionale nel senso bello del termine, Sangiovese e Barbera con un poco di Marzemino: proviamo 2016 e 2017, annata più calda che intriga meno di quella precedente, specie al naso per poi recuperare, ma la preferenza rimane, in bocca. Qui possiamo aumentare l’importanza delle carni e dare spazio a metodi di cottura più lunghi e caratterizzanti.

Arriviamo alle riserve, sempre in doppia annata, Don Piero, frutta rossa sotto spirito, cacao, cuoio, spezie dolci, l’alcol sempre perfettamente integrato nella struttura complessiva del vino, la beva non cessa di stupire. Anche se non dovrebbe essere difficile trovare un degno abbinamento s’inizia a entrare nel campo del bicchiere da centellinare senza fatica ma con crescente attenzione in tranquilla solitudine. Anche qui 2016 e 2017, pur assottigliandosi le differenze l’annata meno calda continua a prevalere nei nostri gusti.

Donna Virginia, Barbera e Sangiovese a cui viene aggiunta un poco di Marzemino in appassimento, qui le annate sono 2015 e 2016, il vino si fa più potente e rotondo al tempo stesso, aumentano concentrazione e predisposizione a essere utilizzato come vino con cui dialogare senza ulteriori presenze.
Entrambi i vini, sono dedicati alle figure familiari di Giulia e Francesco.

Francesco Maccaboni ha davvero fatto un felice percorso, peraltro contenuto in termini di tempo enologico, i suoi vini hanno ora un carattere, un’impronta personale e facilmente rilevabile. E fa ben sperare quella tensione positiva, quel desiderio continuo di affinare le proprie conoscenze, vivere le proprie vigne cercando d’intuire il migliore approccio, non cessare di volere provare e sperimentare: nei suoi desideri una Barbera in purezza, che riesca a esprimere appieno le caratteristiche che la rendono il suo primo amore, nonché le potenzialità della materia prima, un poco più in là nei tempi forse una versione passita dell’Erbaluce, vitigno che ben si presta a questa lettura.

A integrare il lavoro in vigna e in cantina sono pronte le etichette disegnate da Giulia Maccaboni, che ha lasciato in larga parte la sua formazione accademica ma non si è certo dimenticata di un tratto felice che ancora utilizza per altri impieghi: un tocco in più verso il futuro.

Le immagini delle nuove etichette sono cortesia di Francesco Maccaboni, le restanti sono miei scatti.

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