MadeinBrescia

A sei anni dalla nascita di Made in Brescia era ormai necessario rendere giustizia al tempo passato, nel bene e nel male come per tutte le umane avventure. Conclusa da quattro e una manciata di mesi quella dello Scultore – Civica Trattoria in Brescia – rimasto da solo a tenere in vita questo blog, ma la presenza non solo ideale di Federico Bellagente è ancora viva, doveroso aggiornare un poco l’aspetto ma anche premesse e scopi di un progetto che vorrei, vorremmo, ancora capace di giungere a qualche concreto risultato. Per non creare una netta soluzione di continuità mi sono limitato ad una revisione dei punti preesistenti, eliminando solo le parti non più presenti o irrealizzabili senza il supporto di un locale in grado di tradurle concretamente.

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L’idea di un marchio  Made in Brescia nasce circa sei anni or sono con l’apertura della “Civica Trattoria Lo Scultore” e l’intento di esprimere concretamente   il concetto di cucina del territorio con cui era partita. Ma anche di colmare  un vuoto di quella identità che appare traducibile con il termine di «brescianità».  Identità  che, se ben espressa, può avere una ricaduta positiva sulla potenzialità d’attrazione di città e provincia a più livelli. Al centro di questo progetto ci piace porre e immaginare persone e non cose.

Riassumendo sinteticamente in alcuni punti:

. Attenzione agli aspetti culturali, sociali ed etici di qualsivoglia espressione – come quelle artistiche o intellettuali, anche se il comparto di preminente e primo interesse è quello agroalimentare ed enogastronomico – legati a un territorio e alla sua gente. Componenti che rendono un cibo, un manufatto, un testo, ancora più ricco di valore, con una sua storia e una sua identità

. Scelta, ora più che mai necessità, di contemplare sempre l’aspetto ecosostenibile, l’impatto ambientale,  di ogni parte e passaggio del processo produttivo o ideativo. Obbligo che può essere dapprima solo tensione e desiderio ma che deve successivamente esplicitarsi in atto compiuto.

. Il prendere coscienza dei limiti di una visione unicamente economica del lavoro e dell’ingegno dell’individuo, frutto di un allontanamento dalla dimensione umana nella sua interezza e dalle proprie radici. A questo allontanamento dobbiamo parte della responsabilità dell’ultima crisi mondiale – ormai trasformata in nuovo quotidiano –, alimentata da una finanza sempre più distante dal mondo reale, popolata da individui per i quali il denaro diventa unico fine e non possibile strumento.

. Scoperta di un mercato e di fruitori che accolgano questi prodotti, che di volta in volta per quantità, stagionalità, rispetto del valore intrinseco, sono difficilmente appetibili  dalla grande distribuzione  o dalla comunicazione di massa che, solitamente, ne richiedono e inventano surrogati a basso costo nonché di una platea, più ampia possibile,  che scopra quanta ricchezza è talvolta celata nel nostro territorio.

. Divulgazione di un sapere che, lungi dall’essere sterile gioco intellettuale, possa diventare cibo per la mente e difesa da un’omologazione che tutto appiattisce e ottunde. Su questa traccia si dirà anche di prodotti che cessano di essere conosciuti poche decine di chilometri dal loro luogo di origine, di ricette che, ingentilite o meno,  sanno di vero, di non inventato o compiacente,  ma ancora una volta e soprattutto di persone convinte del proprio operare.

. Valorizzazione di una provincia che per estensione, varietà di ambienti, microclimi e conformazioni geologiche ha ben pochi rivali all’interno di una nazione già composita come poche e, per tanti versi, ancora sconosciuta ai più.

. Difesa del consumatore, di quel consumatore attento e desideroso che spesso si trova a comperare e a pagare prodotti spacciati per originali, tradizionali, ma che tali non sono.

. Il puntualizzare che la difesa e la proposta  dei prodotti bresciani non è da intendersi come chiusura o negazione ad di altra provenienza, sempre nel rispetto di caratteristiche come salubrità,  qualità, rispetto dell’ambiente, quanto attenzione per un loro felice incontro, creando riuscite «contaminazioni» e felici scambi, realizzabili unicamente  se si hanno solide e sentite radici.

Indubbiamente una delle aspirazioni  insite in MiB è fare cultura  distante da ogni intento falsamente pedagogico, con il sapere dispensato dall’alto e  riversato su un pubblico che passivamente lo accoglie. Tutelare il fruitore finale è renderlo edotto, informarlo sulle varie opzioni disponibili, offrirgli la possibilità di un approccio alternativo a quel “Good enough”, quell’abbastanza buono che pare essere il traguardo a cui tende una larga parte della produzione globalizzata.

Aggiornato in data 22.10.2016

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