Metti due bresciani a Londra

Diciamolo apertamente, sfogliando le carte dei vini dei ristoranti europei le bottiglie bresciane, tranne rare eccezioni sono pressoché assenti – ma la considerazione può essere facilmente estesa a buona parte della produzione italiana -, a far la parte del leone i soliti vini dei cugini d’oltralpe, Champagne in primis, poi sempre più presenti i Cava spagnoli e qualche etichetta, in aumento, da Australia, Cile, Nuova Zelanda, Argentina … Tra le ragioni i prezzi e la difficoltà nel creare una comunicazione efficace ed  unitaria del vino italiano   (immaginiamoci di quello bresciano …).  Anche il Franciacorta, che è una delle nostre “carte” più spendibili, stenta a farsi conoscere, a presentare le sue caratteristiche identitarie. Così non possiamo che rallegrarci del successo di due aziende bresciane al recente IWC – International Wine Challenge 28a edizione di una rassegna londinese conosciuta come “Le Olimpiadi del vino” dove l’Azienda Agricola Barone Pizzini  ha fatto man bassa di premi nella categoria degli sparkling wines con tre medaglie – oro, argento e bronzo – e l’Azienda Agricola F.lli Lazzari  ha conquistato una segnalazione – Commended – grazie al punteggio ottenuto con il Riserva degli Angeli.

Barone Pizzini ha ottenuto la medaglia d’oro di categoria, unico Franciacorta così come unica etichetta italiana nella categoria sparkling ad ottenere il massimo riconoscimento, con il suo Rosé Franciacorta Docg 2008 definito  “Un vino morbido, fresco, fruttato, con note di biscotti e di frutti rossi“. A completare il risultato la medaglia d’argento per il Brut Franciacorta Docg e quella di bronzo per l’Extra Brut Franciacorta Docg. Due parole, chissà da questo evento nasca un prossimo incontro, sull’Azienda che nasce come Amministrazione Agricola Barone Pizzini nel 1870 per iniziare la sperimentazione della viticoltura biologica nel 1998 e ottenere la certificazione dell’agricoltura biologica per tutti i vigneti franciacortini tre anni dopo, prima azienda della Franciacorta a produrre vino da viticoltura bio. Nel 2011 aderisce  al “Progetto Ita.Ca ” finalizzato a ridurre i gas serra delle aziende vitivinicole, un percorso centenario in linea con le basi fondanti dell’attuale realtà gettate all’inizio degli anni ’90 con l’intenzione di porre al centro  “le persone, l’ambiente e il territorio”.

Dell’Azienda Agricola Lazzari abbiamo parlato più volte, ribadendo sempre quella continua crescita che costituisce ormai una sua “cifra”. Bello assistere all’entusiasmo unito a una punta d’incredulità – frutto di un atteggiamento e di un approccio sempre segnati da grande semplicità – di Davide e di tutta la sua famiglia. Un’ulteriore conferma che il Capriano del Colle Riserva degli Angeli è vino in grado di confrontarsi con bottiglie ben più conosciute senza timori reverenziali o il presunto scotto di provenire da una zona ignota o sottovalutata da tanti.

 

Una conclusione? Che ne vorremmo vedere di momenti come questi …

 

L’immagine sotto il titolo è tratta dalla pagina facebook dell’International Wine Challenge, le restanti sono cortesia dell’Ufficio Stampa di Baroni Pizzini nella persona di Camilla Danelli e dell’Az. Agr. F.lli Lazzari nella persona di Davide Lazzari.

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Alessandro Pelliccioli – L’Orizzonte Verticale

Più di una ragione per dedicare spazio a un autore e al suo ultimo libro – perché prima le persone -, non solo ragioni squisitamente personali dato che Alessandro Pelliccioli, questo il nome, è stato mio compagno di studi alla Facoltà di Medicina presso l’allora nascente Università bresciana, presenza andata ben oltre la frequentazione dei corsi e la preparazione degli esami, per diventare in quegli anni un reciproco punto fermo nello scambio di idee, visioni di vita, emozioni. Poi il tempo e gli accadimenti ci  hanno diviso, Alessandro ha concluso il percorso intrapreso diventando medico apprezzato senza mai rinunciare per questo  ”all’arte della parola”. Nella mia raccolta di libri dedicati alla poesia, questa la sua forma espressiva prediletta, trovano spazio tutte le sue opere giovanili, seguite da una mia colpevole interruzione felicemente interrotta lo scorso sabato. Confesso che appena ricevuto l’invito a presenziare, presso l’Auditorium San Barnaba, alla presentazione dell’Orizzonte Verticale, l’insieme del suo nome con quella dell’editore – l’Obliquo di Giorgio Bertelli, conosciuto nel 2010 in occasione dell’ottava Rassegna della Microeditoria clarense – mi sono ripromesso di non mancare. Ed è stata scelta felice, perché appena arrivato, di corsa e in leggero ritardo, ho sentito tante “belle” parole, sensazione avara di questi tempi.

Le prime ascoltate erano di Agostino Mantovani, moderatore dell’incontro nonché responsabile della prefazione del libro, ricordo un insieme di frasi che mi hanno accolto appena trovato posto tra i concentrati ascoltatori: “Poesia come messaggio, non come autocelebrazione”, “Esaltazione della giustizia e quindi della solidarietà”, “Opposto della massificazione”. Un commento ricco di parole pregne, cariche di significati, positivi o negativi: “Clientelismo, antiretorica, poteri forti”, per significare un approccio “civile” e riconoscente all’artista, a quegli artisti “che s’impegnano nel comunicare la loro arte”. Un appello  infine ad essere “Elementi più determinati e partecipi alle scelte della nostra società”. Artisti perché, di là dal senso dell’intero discorso, non è possibile disgiungere nell’impatto dell’Orizzonte Verticale la poesia dai disegni a fronte di ogni componimento – non  illustrazioni – opera di Franco Rinaldi, pittore e scultore bresciano, nato a Bagnolo Mella, che qui mi permetto di menzionare in modo riduttivo per la collaborazione con altri autori.  Sua la copertina de  La Vita Facile di Ada Merini, sue le collaborazioni con le edizioni L’Obliquo per Fuochi Fatui con Alberto Albertin e  Il Mio Oceano Che Dorme con poesie di Alberto Casiraghy , per citare un minimo dei suoi apporti. E di Franco Rinaldi, nel breve intervento, mi colpisce in particolare un’affermazione che in qualche modo ricorda quanto da me detto a Paola Baratto in un incontro, Rinaldi è scettico nelle concrete possibilità che ha l’arte di modificare positivamente il corso delle cose – rifacendosi all’appello di Mantovani – ma di fatto continua a proporsi e comportarsi in quella che comunque gli pare l’unica direzione conosciuta e possibile.

A chiudere la presentazione Alessandro Pelliccioli che dopo un intervento dove illustra il percorso della sua passione conclude  con una lettura di alcune poesie tratte dall’ultimo lavoro. Ritrovo qui, in parte trasformate e maturate dal tempo, alcune delle ragioni del suo scrivere, o meglio quelle che io sento tali, con l’esclusione di una dimensione d’impegno e commento civile che, mancandomi  tessere intermedie, mi pare, in questa formulazione, affatto nuova. Una solitudine esistenziale sempre più accettata e compresa, che non significa certo lontananza dai propri simili, dagli affetti, dagli amori, tutt’altro. Il rifiuto dell’omologazione, il largo spazio dedicato alla forza dell’immaginazione, i tanti segni di una cultura utilizzata come strumento per non arrendersi mai. L’appartenenza ad una famiglia complessa e magmatica che passo dopo passo, anche per il naturale scorrere del tempo, viene lucidamente ed intensamente evocata. Ancora il tempo, di cui pare presagire la terrena conclusione. Il tutto pervaso e permeato, per usare le parole di un altro poeta bresciano, dal “soverchio amore”.

Pure, di questa

siepe,

che la modernità

vorrebbe virtuale,

io non so cogliere

presenza alcuna,

seppure soggettiva,

se non reale,

che sa di foglie

e di frusciar

di vento,

d’umore terreo

e di spavento,

d’infinità dolcezza

e di ripensamento,

d’amore per il vero

e di sgomento

da L’Orizzonte Verticale

Non ho intenzione alcuna di celare quanto di personale e partecipe sia contenuto in questo mio scritto che, di là dai significati che io, come ognuno di noi, sono libero di attribuirgli, è l’invito a conoscere le tante possibilità che la nostra Brescia offre a chi si prenda la briga d’informarsi un poco, d’interessarsi un poco. Scrittori, poeti, piccoli/grandi editori, incisori, pittori, scultori … Diamoci da fare, è un modo non banale per esorcizzare, in parte, i tempi.

Le fotografie realizzate da Gerardo Losi durante la presentazione sono cortesia di Franco Rinaldi.

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Quel cioccolatino di Borgosatollo con l’Olio Garda DOP

La coltivazione della pianta dell’olivo, dal cui frutto si ottengono uno dei più preziosi ingredienti della cucina mediterranea, ha origini e tradizioni antiche. Sul lago di Garda l’olivicoltura risale all’epoca romana e questa è la zona di produzione di olio alla latitudine più a nord in assoluto del mondo, ma forse finora a nessuno era mai venuto in mente di usare questo tesoro della cucina e della tavola anche in pasticceria.

Le sue principali caratteristiche sono l’odore fruttato leggero o medio, il sapore fruttato con leggera sensazione di amaro e piccante, cui si aggiunge un caratteristico retrogusto di mandorla. Si distingue per le caratteristiche freschezza e delicatezza e può essere abbinato a tantissime preparazioni, ma Pietro Rodella della Pasticceria Da Guido di Borgosatollo è andato oltre e ha portato questo olio di grande qualità nel suo laboratorio al civico numero 29 di Via Quattro Novembre. Tuttavia, non è di certo una novità che l’olio si leghi al cioccolato.

Rodella non è di certo alle prime armi – negli anni scorsi ha più volte preparato apprezzati cioccolatini con una grappa di una nota azienda della Franciacorta – e ci ricorda che in gioventù, quando capitava che il cioccolato risultava troppo poco “cremoso” si aggiungeva alla preparazione dell’olio usandolo come grasso perché più economico del burro di cacao, sperando che fosse buono. Quindi, nulla di nuovo, ma con la differenza che questa volta l’unione è stata attentamente ricercata.

Già nei mesi scorsi aveva preparato un biscotto secco friabile con l’Olio Garda DOP, ma questo cioccolatino dal cuore all’oro verde non rientra di certo nei soliti canoni dolciari e ben sfrutta questo olio tipicamente delicato con retrogusto di mandorla. La pralina, al cioccolato fondente e al latte, ha un ripieno di crema ganache (detta anche crema parigina è ottenuta mescolando panna fresca e cioccolato) con cedro e olio. Prima si sente il leggero gusto del frutto che ricorda il limone e poi quello dell’oro verde e della “sua” mandorla: un cioccolatino delicato, ma saporito.

Enrico Grazioli

Pubblichiamo con piacere ringraziandolo, questo articolo di Enrico Grazioli giornalista responsabile dell’ufficio stampa Consorzio per la Tutela dell’Olio Extravergine di Oliva DOP Garda, nonché Direttore Responsabile del Corriere del Garda e collaboratore del Giorno. A nostro personalissimo parere  Pietro Rodella dovrebbe osare di più nell’evidenziare a livello gustativo l’apporto dell’oro verde bresciano – l’olio qui utilizzato è il morbido e delicato extravergine DOP dell’Az. Agricola Rocca Pietro e Rita. Casaliva, Leccino e Frantoio nelle percentuali richieste più Moraiolo e FS17  – nel suo assolutamente gradevole cioccolatino. Della stessa pasticceria segnaliamo anche l’interessante e originale biscotto al Chiaretto DOC più sorprendente del comunque valido compagno a base di Barolo Chinato.

Le fotografie sono cortesia di Nicola Rodella

Nel Blog: L’oro verde del Garda al SOL 2011

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Metti una sera a cena … Groupon

Da tempo Giovanni Vanoglio, amico urbanista e fotografo già  ospite di questo blog con Florals, mi aveva contattato su facebook per informarmi di una sua prossima avventura: avrebbe prenotato una cena tramite Groupon. Realtà che ha generato un nuovo americano miliardario e che anche in Italia macina successi ed introiti. Niente analisi sociologiche di ampio respiro e grande profondità, mi limito a riportare integralmente il suo scritto, affidandomi alle sue riflessioni e agli eventuali commenti dei lettori. Una sola precisazione: il ristorante di cui si parla, e che io conosco, è nella nostra provincia.

L’antefatto l’ho già scritto: una pletora di telefonate, continui cambiamenti di date fino al definitivo martedì 17 da non molto passato. Lo ammetto: ci sono arrivato prevenuto, già scocciato. E devo dire che hanno fatto ben poco per farmi cambiare umore. L’accoglienza è cordiale e visto che siamo arrivati prima dei nostri amici veniamo fatti accomodare nel salottino adiacente all’ingresso. Le pareti sono piene di targhe, diplomi, fotografie con ‘celebrità’ a inneggiare il giovane chef.  Persino la biblioteca è ben fornita: tutta la serie Giunti dedicata ai grandi ristoranti, un numero del compianto ‘Grand Gourmet’ della Fadda, i libri sulla cucina locale. C’è anche il carrello dei distillati, mi pare di capire a disposizione dei clienti per il dopo cena: peccato che sia prevalentemente composto da bottiglie che trovo nel supermercato sottocasa.

Dicevo della fortuna di arrivare presto: ci ha permesso di notare come i clienti entrati successivamente a noi erano tutti dotati di un voucher Groupon.  Ne deduco che il ristorante ha deciso di riservare  la serata al popolo del web: nulla di male, per carità, potrei anche condividere la scelta. Avrei preferito però leggere la cosa direttamente sul sito dell’offerta piuttosto che vedermi cambiata la data della prenotazione in un continuo inseguimento telefonico. In totale eravamo presenti in 10 coperti, per un totale di 4 tavoli. In sala ci sono altri tavoli liberi e rimango molto sorpreso quando non viene accettato (‘mi spiace, siamo al completo) un avventore solitario. E questo rinforza la mia sensazione che vivremo una serata riservata a noi, poveri utenti di Groupon.  La direttrice di sala si sforza subito di risultare simpatica (e vagando in rete ho trovato più di un commento su questa sua prerogativa) e si diletta a darci lezioni di buone maniere a tavola: ‘il tovagliolo sta a sinistra’, ‘questo è un coltello da pesce’ e avanti. Peccato poi che il personale di sala,  quando uno di noi si è alzato per andare alla toilette, sì è subito prodigato a maneggiare e a ripiegare per bene il tovagliolo: magari sono in errore o ricordo male, però mi sembra di ricordare che il personale di sala dovrebbe toccare il tovagliolo solamente per cambiarlo al bisogno.

Va bene, ammetto le nostre colpe: con la comanda abbiamo giocato un po’ alla schedina e quindi abbiamo ordinato 4 antipasti, 4 primi, 3 secondi diversi, almeno per il dessert siamo stati d’accordo e ne abbiamo presi 3 uguali. Scegliere il vino ed è stata un’impresa: di quanto scritto in carta ben poco, almeno a credere alla direttrice di sala, è effettivamente disponibile. Veniamo allora dirottati sul Pinot Nero di Plozner, circa 8€ nella mia enoteca ma che sul conto risulterà di ben 23€. Forse, oltre al menù, pure la carta dei vini è riservata a noi.

Il menù, già.

A ripensarci fatico a ricordarmi bene cosa ho mangiato. Ed è strano perché ricordo ancora il pranzo all’Enoteca Pinchiorri del marzo 2000. Misteri della memoria. L’antipasto è un ‘uovo in camicia, successivamente fritto’, servito sopra dei dadini di … mah! L’insieme non è male ma avaro di sale (capiremo poi che sarà la cifra stilistica della serata).  Il primo è un ‘risotto alla carbonara’, che invece del guanciale usa del culatello. Il riso senza sale viene equilibrato dalla sapidità del culatello spadellato e reso croccante. Il secondo sono due ‘costine di maiale con dell’ananas arrosto’. Niente di che, nessun sapore che non abbia già sentito nei ristoranti cinesi di Brescia. Il dessert è uno ‘zabaione con una piccola treccia di pasta lievitata’. Il ricordo più nitido è legato al colore verde dello zabaione, quello un pochino più sfumato al fatto che lo zabaione era slegato. Il sapore non è pervenuto. Questa la mia fortuna.

La mia compagna invece è incappata, come primo, in ‘pappardelle ai funghi e … mah!’ gratinate, forse meglio dire secche, forse per effetto di una sosta prolungata sotto la salamandra. Il ragù molto liquido, e assolutamente non legato alla pasta, presenta uno spiccato sentore di bruciato: prima in bocca e poi nel naso sarà il sottile filo rosso che condurrà la sua cena. Per secondo, in omaggio alle sue origine vicentine, ha optato per il ‘baccalà in tre versioni’. Di base non sapeva di baccalà, il mantecato in più era dolciastro, al limite dello stucchevole, con una consistenza che denunciava un passaggio irresponsabile e prolungato al minipimer. E ci credo che poi ha rinunciato al dessert.

A fine serata, ma soprattutto il giorno dopo sono arrivate le domande. Perché un ristorante che poco tempo prima poteva fregiarsi di una stella Michelin si riduce ad usare Groupon? Forse le cause sono tante. C’è la crisi. L’esigenza di ringiovanire il parco clientela e allora si cerca di attirarne di nuovi. Carenza di idee in fatto di comunicazione. Tutto lecito. Oppure, molto più realisticamente, il locale va male e, come pare essere chiaro a tutti, Groupon sembra essere l’ultima spiaggia. Nonostante il pranzo ‘gourmet’ offerto a 30€ a mezzogiorno. Se il voucher doveva attirare nuovi clienti, per poi invogliarli a ritornare, beh, con noi decisamente non ha funzionato: anzi, credo che abbia fatto dei danni. Soprattutto tenendo conto che noi quattro a tavola usciamo spesso a cena, e come noi anche in nostri amici. Praticamente un danno in progressione geometrica. Mah. Avrò il coraggio di tornare a verificare il ristorante in questione senza il ‘fattore Groupon’? Onestamente non lo so. Se ripenso al costo della cena alla carta al momento sarei più propenso a spendermeli in un ristorante di cui mi fido e che non ha mai sbagliato una sera in tanti anni. C’è la crisi, e uscire a cena è ormai come un investimento: forse meglio ponderare bene e andare sul sicuro.
Giovanni Vanoglio

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Brescianità nei piatti e nei bicchieri

 

Indubbiamente allettante il titolo dato alle serate che da domani vedranno le birre del Birrificio Leonessa sposare i piatti del Bivio, piccola trattoria bresciana situata nella zona di Sant’Eufemia. Da tempo volevo parlare delle birre di Nicola Zanella e giunge a proposito questa iniziativa congiunta per iniziarne la conoscenza. Quattro gli appuntamenti – 12/13/19/20 Aprile – unico il menu approntato da Paola Abiatico: Antipasto all’Italiana – selezione di salumi con sottoli e sottaceti caserecci, Rotolo di pasta di segale nel sugamà con silter e zucchine al burro di Bagolino, Girandole di vitello marinate alla senape e patate al sale affumicato norvegese. Tra i salumi le ottime coppiette di maiale della macelleria Orizio di Castegnato, il lardo nostrano, la coppa e il salame “Montisola” del salumificio Nurcinus di Borgosatollo. Il “sugamà”, asciugamano, è un rotolo di pasta cotto nello stesso, farcito con Silter camuno e condito con burro. Del Bivio ricordo un periodo di frequentazioni nel 2004, anno della sua consacrazione veronelliana – le mariconde in brodo piatto “sole” dell’anno – durata sino alla fine pubblicazione dell’omonima guida. Cucina essenzialmente “bresciana” con qualche contaminazione sarda – il marito Giampietro Mura -, il Bivio pare intenzionato a scuotersi da un periodo un poco in ombra, non ultimo il brutto episodio di cui è stata vittima Paola: una rapina nel suo locale che le ha lasciato, spavento a parte, un doloroso problema al ginocchio. Il nostro e mio personale augurio che queste serate siano incoraggiamento e sprone, a lei e a tutta la sua famiglia compresi i figli Stefano ed Enrico.

Con le birre di Nicola ho avuto un primo contatto all’inaugurazione del suo birrificio, ma l’aver assaggiato per prima una Bubamara fresca di preparazione mi aveva privato della sufficiente pulizia di palato per assaporare l’American Rye, un recente incontro in quel di Botticino mi ha permesso di valutate con più serenità sia le due birre già degustate, e la maggiore maturazione della Bubamara mi ha permesso di coglierne i sentori agrumati – pompelmo rosa tra gli altri – non più penalizzati da un amaro sin troppo pronunciato ed invadente. Sempre interessante l’American Rye, complessa e bevibile al tempo stesso come giustamente riportato nelle note di presentazione e gradita sorpresa la Rising Sun, morbida e tonda ma per nulla stucchevole, ripresa ed equilibrata da una luppolatura in perfetto stile “Leonessa”. Ma delle sue birre torneremo a parlare.

 

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Franca Ghitti

Ogni grande opera d’arte ha due facce, una per il proprio tempo e una per il futuro, per l’eternità.
(Daniel Barenboim)

Sono passati poco più di sei mesi da quando qui scrivevo  ”Di Franca Ghitti .., torneremo ad occuparci separatamente e con altri spazi”. Non pensavo certo di farlo pressoché in contemporanea alle sue esequie ad Erbanno, paese natale dell’artista, e mi duole non aver potuto onorare diversamente quel mio proposito, confortato dalle sue parole nell’accomiatarci “Venite a trovarmi nel mio studio, vi aspetto”. Con me Christian Penocchio che aveva scattato alcune fotografie, sottraendola per brevi istanti alle tante persone che volevano salutarla, congratularsi con lei per l’ennesima volta, l’occasione una mostra dedicata ai suoi “Tondi“, ospitata negli spazi dell’azienda agricola Barone Pizzini, realtà a cui era legata per più di un motivo. Avevo in un certo senso conosciuto Franca Ghitti oltre 35 anni fa attraverso la sua collaborazione e amicizia con una figura  importante per me e per la mia formazione: quel Lento Goffi, insegnante e poeta bresciano, scomparso nel 2008. Le sue Cronachetta  per i tipi di Vanni Scheiwiller del 1979 e Un’isola sì pubblicata da L.N.C. vedono la presenza, in entrambi i casi, di sei incisioni della Ghitti. Nell’arco di questi ultimi anni, oltre all’incontro già citato, ho avuto il piacere di rivederla all’inaugurazione di un’altra sua mostra nel castello cittadino: resteranno a questo punto gli ultimi due. Di lei ho parlato sotto la vite nel cortile della Cantina di Esine con Guglielmo Piccinelli, che da tempo la seguiva prezioso e discreto. Ignoravo fosse da tempo malata, sapevo invece dei suoi tanti riconoscimenti, dell’essere artista camuna ben conosciuta nelle grandi gallerie e tra gli artisti e gl’intellettuali newyorchesi.

Riporto di seguito parte di uno scritto ricevuto ieri proprio da Guglielmo a nome del gruppo Amici di Franca Ghitti con un riassunto della sua vita e della sua opera, dimensioni da sempre legate nel suo percorso terreno.

” Nella sua ricerca ha riutilizzato materiali e oggetti che già avevano una storia d’uso in una comunità d’uomini: oggetti trovati, legni usurati, assi e scarti di falegnameria, anche traversine ferroviarie per le opere in legno; oppure scarti dei processi di lavorazione del ferro coi magli ad acqua nelle antiche fucine della Valcamonica (stampi, ritagli, sfridi, chiodi, tazze di siviera, la stessa polvere di fusione), ma anche “ritagli” delle più moderne industrie dei metalli.

Rilanciava il ritmo costruttivo dell’antica civiltà materiale: il suo linguaggio era intessuto di elementi costanti e ripetuti che diventavano misura di uno spazio esistenziale, memoria di vite vissute in una particolare struttura di ideologia, di società e lavoro. Le opere si sono sviluppate orizzontalmente in cerchi, spirali, meridiane, labirinti, o sono cresciute su se stesse fino a farsi colonne, pareti, porte, cancelli, cascate, o si sono raggruppate tutte assieme a farsi “bosco” o “città”. L’idea della scultura di Ghitti è stata quella di un “raggruppare per luoghi”.

La poetica che ha contraddistinto l’artista non è stata soltanto nel riuso e nell’espressività ricercata in materiali carichi d’una storia di produzione e di vissuto, ma nell’organizzarli in una precisa spazialità e percezione storica – l’ostinata rievocazione di un senso della misura, di una mappa, di una rotta – e nell’infondervi un respiro mitico, corale, che costringesse – affondando nel corpo dell’esistenza di tutti – a ripensare verità pubbliche e valori comunitari.

Franca Ghitti ha intrecciato i suoi percorsi di vita e ricerca con personaggi della cultura e della letteratura come Vanni Scheiwiller, Vittorio Sereni, Roberto Sanesi, Italo Calvino, Maria Corti, Mary de Rachewiltz, Lento Goffi, Maria Luisa Ardizzone, con storici dell’arte e critici come Giulio Carlo Argan, Carlo Belli, Carlo Bertelli, Giovanni Pugliese Carratelli, Enrico Crispolti, Elda Fezzi, Giuseppe Marchiori, Walter Schoenenberger. Lunghissimo l’elenco di mostre in spazi pubblici, università e gallerie private in Italia, in Europa e in America, e altrettanto l’elenco di monografie, edizioni d’arte e cartelle grafiche. Assai stretto il rapporto con New York e alcuni intellettuali e artisti americani. Suo gallerista a New York è Ivan Karp, proprietario della OK Harris Gallery, pioniere della Soho degli artisti e già direttore della galleria di Leo Castelli che lanciò anche Andy Warhol.
Lascia un’opera ingente, in parte ancora inedita e sconosciuta”

Questo

degli eventi è il verbale rapporto
questo è quanto posso dire. Pensateci e
prendete le convenienti misure.

Lento Goffi – Cronachetta

Grazie a Guglielmo Piccinelli per il testo riportato e a Eletta Flocchini responsabile Comunicazione Distretto Culturale  Comunità Montana di Valle Camonica per la prima e la seconda immagine  (ph. Fabio Cattabiani). Grazie a Christian Penocchio per la terza immagine inserita, già apparsa nel post I Tondi di Franca Ghitti.

Nel blog: I Tondi di Franca Ghitti

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Breve scritto sulla partecipazione

“La libertà non è star sopra un albero,
non è neanche avere un’opinione,
la libertà non è uno spazio libero,
libertà è partecipazione.”

Giorgio Gaber da Dialogo tra un impegnato e un non so

Da qualche tempo questo blog pare vivere di vita propria. Mi spiego. Dal pannello di amministrazione noto che gl’ingressi, in costante aumento, sono parzialmente indipendenti  dal numero di post pubblicati, dalla loro frequenza. Inizialmente esisteva una relazione precisa, quasi matematica, tra ciò che scrivevo e l’attenzione dei visitatori, ora si è creato una sorta di “pubblico base” che ogni giorno regala presenze a queste pagine. Dovremmo/dovrei, esserne contento, ecchediamine, e lo sono, precisiamolo, solo che alla mia/nostra completa soddisfazione manca un particolare: i commenti, parallelamente alle visite questi non sono cresciuti, anzi, da qualche tempo hanno subito un percettibile rallentamento. Mi rendo conto che ragioni economiche, di tempo e impegni hanno di fatto azzerato una componente importante del blog, ossia le visite a nuovi produttori “MiB”, parte di questo impegno è stato da me riversato sulle pagine del Corriere Brescia, sotto il titolo “Sapori Bresciani”, appuntamento quasi fisso del venerdì, ma a mio modesto avviso esistono comunque argomenti potenzialmente in grado di sollecitare interventi, chiedere opinioni.

Non siamo, penso di poterlo dire in termini plurali, in cerca del numero per il numero, piuttosto vorremmo creare più dialogo, più dibattito, che siamo seriamente convinti dell’esistenza di  tante cose “buone e belle” del nostro territorio, così come siamo profondamente convinti che non sempre siano conosciute e apprezzate come potrebbero essere. Ecco, più partecipazione ci piacerebbe, ci stimolerebbe a continuare il cammino su questa non sempre agevole strada.

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Una Pasqua sottovoce in quel di Brescia

Pasqua è la festa più importante del cristianesimo ed è festa che riesce a sfuggire, più del Natale sicuramente, al tritacarne parzialmente inceppato del consumismo. Aiutano, non è sarcasmo, i tempi in cui viviamo, più attenzione, un poco più di rispetto in barba all’arcinoto proverbio nel trovarci, atei e credenti, seduti attorno a un tavolo. Da queste brevi considerazioni nasce, dopo il Pranzo di Natale MiB, questa Pasqua sottovoce, ma non dimessa, anzi, ricca di convivialità e speranza.

Un solo insaccato, del brescianissimo salame, pronto ora dopo il riposo invernale. Bello avere l’imbarazzo della scelta: quello di Quinzano d’Oglio sfuggito alla pentola nelle sue prime settimane per consegnarsi alla Pasqua, alla Pasquetta, il “misto”, manzo e maiale a dialogare uniti e reperibile dalla bassa alle valli. E non dimentichiamoci il Salame Morenico DeCo di Pozzolengo , me l’ha ricordato nei giorni scorsi Tommaso Farina (Pozzolengo è in provincia di Brescia e non di Verona come sostiene il sito di ItaliaaTavola). Delle uova sode, magari bio, e un’insalata degli ultimi raperonzoli che paiono aspettare questi giorni prima di salutarci sino al prossimo inverno. O delle morbide e profumate frittate, per un giorno – ma i nutrizionisti hanno sia pur con prudenza rinnegato lo spauracchio - non pensiamo al colesterolo e alle sue frazioni: formaggio grana, quello buono di Matteo Festa, e tanta verdura: asparagi, loértis, virzulì … E un risotto come primo? Se abbiamo abbondato con le erbe prima perché non rispolverare un Riso alla pitocca, altrimenti dei casoncelli di Longhena al burro, non nocciola e con pochissima salvia.

Esiste davvero l’obbligo del secondo di carne?  Allevamenti seri e qualche sopravvissuto pescatore possono darci del buon pesce d’acqua dolce: trote, coregoni, salmerini … Che ne dite di una trota “importante”, di un certo peso, sfilettata, fatta a grossi bocconi e preparata in saor (rubo al confine lacustre col veronese) da accompagnare a una polenta (da mais biancoperla o vitreo). E per un pranzo adatto anche a chi non vuole preparazioni “animali” metterei al centro del tavolo un bel piatto di formaggi freschi, vaccini e caprini, ricotta e primo sale, una robiola a latte crudo, una bella bottiglia di extravergine bresciano non troppo incisivo, del buon sale, del buon pepe (diciamolo che le tristi polveri dall’incerto odore che molti di noi considerano tale ne sono un pallido ricordo). Pane di segale, di grano monococco e alle noci per accompagnare.

Se non potete vivere senza Colomba pasquale sceglietela con grande attenzione, che sia un forno o una pasticceria, dimenticate compromessi e offerte varie e concedetevene una buona. No, buonissima. Altrimenti, la mia scelta, sempre al centro del vostro desco mettete un cestino con tante spongade, per la loro reperibilità buona fortuna, specie per dribblare le briosciose imitazioni che tanti, anche in Val Camonica, propongono a un pubblico ignaro. Esageriamo? Un poco di gelato di crema, sempre più Ribera dopo i miei ultimi assaggi, o per i volenterosi uno zabaione che contempli l’uso di un vino secco e profumato, Rismen di Pietta, Capriano del Colle bianco dei Lazzari,  in sostituzione dello scontato marsala.

Da bere vini giovani, che sappiano di primavera, un valido Franciacorta, magari in versione Saten, magari uno di quelli assaggiati al recente Vinitaly, Valtenesi Chiaretti, Marzemini, Groppelli … E per finire, poco, pochissimo, limoncello: rigorosamente di Karin Steinbacher, fatto con i limoni delle poche superstiti limonaie del Garda, pieno e persistente quanto pochi.

Buona Pasqua a tutti voi, mi ripeto, sia davvero una Festa piena di Speranza.

Nel blog: Le tavole di Pasqua 2012, Le tavole di Pasqua

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Le tavole di Pasqua 2012

Una manciata, sei per l’esattezza, uno in più delle dita di una mano, di menu raccolti grazie alla rete e alla cortesia di alcuni ristoratori per dare un’idea del tutto parziale di come la ristorazione bresciana affronti la festività Pasquale. Se tempo e voglia mi assistono, perdonate la sincerità, seguirà una mia personalissima proposta. Di là dalla disponibilità di questi menu ho cercato d’inserire quelli che in più proposte introducono qualcosa di nostro, sia come prodotti che come ricetta e, come sempre, mi assumo la piena responsabilità delle scelte che sono del tutto arbitrarie e dettate da molteplici ragioni.

Pazientino

L’Uovo contemporaneo agli asparagi

Ratatouille di Astice cous cous e verdure olio al Basilico

Risotto di Carnaroli con gemme di luppolo e bagoss

Trancio di rombo glassato al limone con piccoli porri stufati

“oppure”

Capretto da latte al Franciacorta e fiori di rosmarino purée J.R.

La nostra Colomba tiepida con zabaione al passito di Lugana

Aquariva

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 Carpaccio di ombrina e gambero rosso con salsa quasi bearnese

La spalla cotta di San Secondo con i contorni della tradizione

Risotto con asparagi e formaggella Valtrompia

Capretto nostrano alla Bresciana arrosto con patate e polenta di Dello

Variazione di fragole e meringhe

La Colomba classica di Mauro Scaglia con salsa alla vaniglia

 Artigliere

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Tinca fritta del lago d’Iseo e birra artigianale Babb

Uovo bio pochè su nido di coregone e salsa di germogli bio

Polpette di pestöm con crema di radicchio e cipollotti

Peperone arrostito e baccalà mantecato

Lecca lecca di capra

Risotto con cicorie, riduzione di Braulio e mantecato con Nostrano Valtrompia d’alpeggio

Casoncelli tradizionali saltati con guancia di manzo e morchelle

Agnello di pecora di Corteno cotto nel fieno di monte con salsa al latte di pecora

Uovo di cioccolato fondente con bavarese di gianduia, cioccolato bianco e gelato alla nocciola

La Madia

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Crema tiepida di cavolfiore, ragout di salmerino “San Fiorino” affumicato al ginepro e olio evo Poggiopiano

Sufflè di ricotta di capra della Valpersana e loertis

Gnocchi di patate di Gottolengo, raperonzoli “Bompieri” di Lonato e fesetta affumicata di Vanni Forchini su fonduta di formaggella di Collio

Risotto con assoluto di cipolla selvatica di Artogne e peperoni arrosto

Agnello di Corteno Golgi alla Bresciana, patate e polenta Az. Ag. La Basia

Tortino tiepido di radicchio rosso, salsa al cioccolato fondente e frutta candita

Lo Scultore

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Aperitivo bocconcino di trota marinato con olio del lago

Sformato di caprino e asparagi olio crudo

Polpa di cappasanta su passata di zucchina

Maccheroncino con ragu di coniglio cotto al in tegame

Capretto alla Bresciana , con polenta di Bedizzole

Torta di rose con crema alla vaniglia

L’Ortica

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Tartarina di salmone bio affumicata da noi con polvere d’arancio e finocchi croccanti

Polentina mantecata ai formaggi di malga con tuorlo d’uovo e tartufo di stagione

Maltagliati di pasta fresca con asparagi, pesce di lago e pistilli di zafferano

Catalana di gamberi con cipolla rossa e basilico

Capretto al forno con patate e carciofi

Sorbetto alla pera con sandwich al cioccolato Guanaya e marmellata di ribes

Osteria Suer e Garbino

Certo, alcune proposte sono permeate di MadeinBrescia, vedi quelle della Madia e dello Scultore, ma il coraggio d”inserire piatti che contemplano bagoss e “loertis”, i germogli del luppolo, in un menu “marinaro” non può certo lasciarmi indifferente. Indubbiamente capretto e agnello sono da tempo bersaglio, anche giusto, di chi ne contesta l’eticità, lamento personalmente la non scelta di carni più mature come il castrato o alternative – che ne dite dell’oca? -. Apprezzo invece l’inserimento di dolci artigianali proposti da pasticcerie e forni del territorio, come l’uso di formaggi, carni e pesci locali, materie prime “bio” nonché vini e birre bresciane in cottura. I prezzi? Dai 45 ai 70 euro. Ci si può sbizzarrire, almeno per una volta …

Nel blog: Una Pasqua sottovoce in quel di Brescia, Le tavole di Pasqua

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Armando Bellelli e la Chiesa di San Sivino

“Non solo ho intenzione di salvare la Chiesa di San Sivino di Manerba … ma anche di restaurare il suo culto e la sua antica festa … ho intenzione di lottare per la salvezza e la tutela del patrimonio culturale e delle antiche tradizioni del bresciano … e per Giove, ci riuscirò!!!!!!”

Non è certo la prima volta che su questo blog, collegato in prima battuta con la realtà enogastronomica della provincia bresciana, si parla di arte, di sociale, di espressioni culturali non legate al cibo. Spunto per questa apparente digressione, che la cultura penso sia unica, la frase sopra riportata, apparsa due giorni fa sulla bacheca facebook di Armando Bellelli, studioso gardesano appassionato di storia e recente vincitore del Premio Nazionale Ricerca nel Mistero per le sue ricerche sul “Sercol” di Nuvolera, cerchio di pietra dal ragguardevole diametro di circa 42 metri, risalente a circa 3.000 anni fa, posto sulla vetta del Monte Cavallo e rivelatosi con buona probabilità, grazie all’intervento di Alberto Pozzi, segretario della Società  Archeologica Comense ed esperto di  megalitìsmo e  incisioni rupestri non figurative, come un’area sacra dedicata a riti, cerimonie ed osservazioni astronomiche. Più elementi concorrono a questo interesse, dall’ovvia ubicazione nella nostra provincia, al richiamare l’attenzione su culto e tradizioni, sul degrado e sulle difficoltà del recupero di quella costruzione – triste realtà italiana – all’impegno espresso per la tutela del patrimonio culturale bresciano.  Non essendo certo un esperto in materia mi pare corretto utilizzare quanto su lui scritto in merito alla Chiesa di San Sivino, luogo in bilico tra religione e mito, che ci riporta a dimensioni forse a torto ignorate, salvo riemergere in forme inquietanti, nella nostra tecnologica era.

La Chiesa di San Sivino è ormai un rudere abbandonato all’incuria del tempo e collocato in una posizione che le costruzioni circostanti e il fondo privato su cui è posto rendono accessibile solamente dal lago con un percorso estremamente disagevole. Oltre al valore storico, è l’edificio sacro più antico di Manerba, una leggenda conferisce al tutto un sapore particolare, come il Sercol richiama Stonehenge la Chiesa di San Sivino, figura non presente sul calendario, richiama il mito faustiano. Una stele di marmo assolutamente estranea al materiale utilizzato nel resto della costruzione testimonierebbe il patto tra un mugnaio del 1200 e il demonio. Queste le impressioni riportate da Armando Bellelli e Marco Bertagna, che condivide col primo passione e studio: “Il promontorio di San Sivino si protende, ripido e scosceso, nel lago tra Manerba e Moniga. Luogo di rara bellezza, da cui si gode una spettacolare vista, custodisce tra le rovine dell’antica chiesa che lì sorge da almeno mille anni, una pietra particolare, legata ad un antica ed oscura leggenda. Muta testimonianza di un patto scellerato concluso tra un uomo e il Principe delle Tenebre. La storia narra infatti che attorno al 1200 un mugnaio cui andavano male gli affari cedette la propria anima al Diavolo in cambio di ricchezza e prosperità. L’accordo fu suggellato imprimendo su una stele l’impronta della mano, per l’uomo e quella del piede,per il demone. Quell’abominevole reliquia, anni dopo, venne quindi murata nella chiesa. Il piccolo oratorio campestre di San Sivino si presenta ad un’unica navata con prospetto a capanna; l’interno è a campate ad archi a tutto sesto che reggono un tetto a vista. L’edificio è fatiscente, divorato dall’edera in certi punti (…) Nella parete sud si trova murata la famosa pietra del Patto. E’ una stele di marmo rosso veronese,un materiale pregiato,che poco ha a che vedere con il resto della costruzione,ben più povera. In alto è scolpita una mano destra, in basso l’impronta di un piede, o di un sandalo, al centro invece campeggia una croce di esorcismo, o meglio, secondo la mia ipotesi, di cristianizzazione. (…) Tutto l’arco alpino (Val Camonica, Val Saviore …) e prealpino è costellato di impronte, più o meno delineate, di piedi e mani scolpite nella roccia, che nascondono un significativa importanza sacrale, perché rappresentavano per gli uomini antichi la presa di possesso del luogo da parte della divinità, che lì era presente in tutta la sua potenza. Il luogo contrassegnato quindi da tali figure era sacro, meritevole di venerazione e assolutamente da non profanare, per non scatenare l’ira del Dio. Il cristianesimo nelle nostre zone ha cominciato a diffondersi verso il IV secolo incontrando spesso forti resistenze da parte dei pagani. Per poter attecchire tra la popolazione ha fatto una massiccia opera di cristianizzazione ed “esorcismo” di quelle impronte cui venivano tributati onori divini: diventano quindi le impronte della Madonna o del tal Santo, per spostare la venerazione su attributi cristiani, oppure diventano le impronte del Diavolo, per bloccare la devozione del tutto. La pietra di San Sivino rientra forse nel secondo caso e a Manerba, infatti, vi erano templi e santuari antichi di varie epoche (addirittura un semicerchio di pietre sommerso presso una spiaggia non lontana dal promontorio. Forse in tempi remoti in questo luogo sorgeva un tempio, a cui la chiesetta si sostituì, e per coprire e scoraggiare gli antichi culti venne tramandata la leggenda del patto col Demonio. (…)  Altro mistero: la Chiesa è dedicata ad un Santo che non esiste,non presente sul calendario … Molto probabilmente è una corruzione di San Sabino,vescovo di Piacenza,festeggiato l’11 Luglio. Nel Medioevo poi si teneva nei pressi della chiesa un’importante fiera,durante la quale era permesso giocare d’azzardo in via eccezionale (…). Qualunque sia la verità che si cela dietro queste antiche dicerie, la Chiesa del Patto col Diavolo di San Sivino è un piccolo tesoro della storia e della tradizione, che ben merita la giusta attenzione e tutela.”

Di là dalla leggenda resta il valore del manufatto e le, mai troppo dette, possibilità che luoghi come questo, calato tra l’altro in una posizione d’innegabile valore paesaggistico, possano essere motivo d’interesse ed attrazione per un turismo rispettoso ed intelligente, risorsa che il territorio bresciano possiede in abbondanza ma che spesso trascura in modo colpevole. E non si parli di mancanza di fondi e risorse che ai nostri occhi quotidianamente si mostra l’avvilente spettacolo dello sperpero di denaro pubblico che in tanti decenni ha creato danni di entità inenarrabile.

Un appello finale: diffondete queste informazioni, parlatene, condividete, che il solo delegare è più che mai alle corde.

La parte del post in corsivo, è tratta da Chiesa di San Sivino – Il patto col diavolo sul sito http://www.luoghimisteriosi.it/, altri articoli dedicati alla costruzione e alla sua leggenda sono reperibili ai seguenti link: La Chiesa diabolica e San Sivino: la chiesa in rovina cela un mistero demoniaco  da http://www.bresciaoggi.it/. Le fotografie sono cortesia di Armando Bellelli che ringrazio per il materiale fornito.

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